Voglia di far niente, umore nero e Ungaretti

PopPoesia_ungaretti e umore nero

Ci sono alcune giornate in cui tutto sembra nero e non si ha voglia di fare niente.

Gli inglesi dicono “Blue” quando vogliono indicare quell’emozione di malinconia mista a tristezza.

Avete presente quelle canzoni deprimenti in cui si dice “I’m blue?”. Ecco, è la stessa cosa del nostro “Mi sento giù”.

Probabilmente questo modo di dire si lega al colore della pelle, la quale diventa blu quando il corpo ha freddo o quando manca l’ossigeno.

Poi nell’ultimo secolo il termine è stato associato anche a un genere musicale, il Blues, nato dai canti degli schiavi africani mentre lavoravano sfruttati nelle piantagioni di cotone americane, con le sue note minori, i semitoni, e tutto ciò che ricorda un clima di tristezza e malinconia.

Chissà perché noi qui invece il blu non lo usiamo come colore per descrivere gli stati d’animo.

Forse perché viviamo in una penisola circondata dal blu del suo mare e coperta da un tetto di cielo quasi sempre azzurro. Si vede che per noi il blu è un colore positivo, mentre per loro non lo è. Uggiosi inglesi.

Noi qui siamo più drastici: quando siamo malinconici diciamo di essere di umore nero. “Ho avuto una giornata nera!” “Oggi sono nera, ma nera nera!”.

Anche per noi le origini di questo termine si legano al corpo umano.

Fino a poco prima della nascita della medicina moderna si pensava che l’equilibrio della vita umana dipendesse da quattro “umori” legati, manco a dirlo, ai quattro elementi (acqua, aria, fuoco, terra) ognuno situato in una parte diversa del corpo: testa, sangue, fegato e milza. Ad ogni parte veniva associato un colore: bianco, rosso, giallo e nero.

Ebbene, alla milza e alla bile da essa prodotta era legato il colore nero e si pensava che più questo fosse stato scuro e acido maggiore sarebbe stato il rischio di ammalarsi e di morire.

Immaginate la faccia dei primi medici “moderni” nel 1500 circa quando iniziarono a fare le prime autopsie, fino a quel momento vietate per motivi religiosi.

Nello studiare i corpi si accorsero che nella milza non esisteva nessuna bile nera.

Magnifico: le loro credenze erano basate sul nulla!

Da lì iniziarono a porsi qualche domanda in più mettendo in dubbio molte convinzioni antiche e spianando la strada alla medicina moderna. Meritano un ringraziamento!

Ma scoperta la verità fisica, quella letterale restò nella nostra lingua. Pensate che la parola malinconia deriva proprio da due parole greche: melània, che significa nero, e cholè che significa bile.

Quindi giornate nere: tutto sembra sbagliato, tutto sembra andare storto, ci si sente inutili, superflui, non abbastanza per niente. Non volgiamo essere disturbati, tutto ci dà fastidio, rispondiamo male o non rispondiamo proprio.

A voi è mai successo? A me si.

E quando piove la malinconia ha un motivo in più per venirmi a trovare, a meno che non sia in vacanza in una baita in mezzo ai monti con il camino acceso, un libro tra le mani e la pioggia che ticchetta sul tetto, dando ritmo alla noia. Ma questa è un’altra storia, un sogno da tenere per ora nel cassetto.

La malinconia è una sensazione amata dai poeti.

Una fonte inesauribile di versi, musiche, metafore.

Insomma un vero e proprio pozzo di ispirazione.

Eh si perché in quei momenti fuoriescono dal nostro animo tutti quei ricordi tristi, quelle sensazioni di sconforto che altro non fanno se non esortarci a riflettere, a pensare.

E i poeti amano pensare.

Anche nello stare soli, nell’essere tristi riescono a trovare alle volte un briciolo di ispirazione, la voglia di buttare giù due righe.

Proprio durante una giornata di pioggia mi capitò tra le mani una raccolta di Ungaretti.

Ebbene sì, ha scritto molto altro oltre alla poesia Mattina (quella che recita “M’illumino d’immenso” e che tutti conosciamo)!

Ha scritto decine di poesie che per comodità si fanno entrare in una corrente poetica chiamata ermetismo: il poeta narra in modo conciso il suo legame profondo con la vita, dando vita a interpretazioni diverse dei suoi versi proprio grazie alla loro essenzialità.

Una parola è troppa e due sono poche” diceva Lino Banfi alias Nonno Libero nella fiction “Un medico in famiglia”.

Probabilmente Ungaretti sarebbe stato d’accordo con lui.

Sfogliando le pagine semi bianche delle sue raccolte poetiche mi saltò agli occhi una poesia fuori contesto.

Siamo a marzo, la primavera è alle porte e il primo sole si alterna alle piogge.

Ma le parole di quella poesia mi parvero scritte da una persona che non aveva voglia di fare nulla durante una giornata nera in cui la malinconia era andata a trovarla.

Starsene in una stanza, sola con sé stessa avvolta nella tristezza, dimenticata dal mondo. E proprio in quel momento nero ecco l’ispirazione per buttare giù due parole, poi diventate poesia.

Ogni tanto servono i momenti di malinconia, servono a farci parlare con noi stessi.

Serve la noia, servono le giornate nere, serve l’umore cattivo.

Ma quando accade ripromettiamoci di trovare un piccolo granello di ispirazione e di novità anche negli istanti più fastidiosi, da cui di solito fuggiamo e con cui, volente o nolente, dobbiamo convivere.

Proprio come fece Giuseppe scrivendo “Natale”.

Che magia la poesia!

Ecco per tutti noi la poesia “Natale” di Giuseppe Ungaretti, scritta nel 1916 e tratta dalla raccolta “L’Allegria”.

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

Giuseppe Ungaretti “Natale” – i versi più belli

…un gomitolo di strade…”: questa poesia è stata scritta da Giuseppe nel 1916 durante i giorni del congedo di Natale nella città di Napoli. Conoscendo il luogo in cui queste parole sono venute alla mente dell’autore è facile capire il perché della parola gomitolo! L’immagine è perfetta per descrivere la città partenopea con tutti i suoi vicoletti nascosti.

…come una/ cosa/ posata/ in un/ angolo/ e dimenticata…”: Giuseppe ci teneva molto al peso di ognuna delle parole che componevano i suoi versi: nel leggerli dava il giusto valore alle pause e “l’andare a capo” era indubbiamente il re delle pause. Quindi questa parte della poesia non solo ci comunica il suo stato d’animo con l’immagine che esprime, quella di un qualcosa abbandonato in un angolo della stanza e lasciato lì nel dimenticatoio, ma anche con la lentezza della pronuncia data appunto dalle pause poetiche. Che maestro!

…quattro/ capriole/ di fumo/ del focolare“: vi è mai capitato di fissare il fuoco dentro ad un camino? Per me è un momento sacro, una delle attività più affascianti che esistano. L’ho descritto anche il questa poesia. Starei ore a fissare le fiamme, a perdermi in quel loro ondeggiare sinuoso. E da quando ho letto questa poesia ogni volta che lo faccio non posso non pensare al modo in cui Giuseppe descrive i giochi del fumo con il termine perfetto: capriole.


In questo articolo oltre a citare la poesia di Ungaretti, ho accennato anche alla teoria degli umori di Ippocrate. E’ un argomento molto interessante, che ha sempre suscitato in me grande curiosità! Se affascina anche te, ti consiglio questo articolo tratto dall’enciclopedia Treccani, una delle migliori e più affidabili enciclopedie presenti on line, uno strumento valido per farsi un’idea generale su moltissimi argomenti, dalle lettere alle scienze. Buona lettura!


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PopPoesia_Ungaretti

Autore: Giuseppe Ungaretti

Titolo: Vita di un uomo

Pagine: 854

Casa editrice: Mondadori

Tutto Ungaretti tra le mani.


Se ti è piaciuto questo articolo di PopPoesia ti suggerisco di fare un giro su questa pagina per leggerne altri!

Buona lettura!


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