Quante volte ci sentiamo fuori luogo, controvento, fuori tempo?
Quante volte ci sembra di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, incapaci di stare al passo?
Quante volte ci sentiamo a disagio?
Chi ci circonda sembra abbia una vita migliore della nostra, più centrata, ordinata. Magari ha un lavoro che invidiamo, una famiglia perfetta che noi non saremo mai in grado di gestire, oppure degli amici super interessanti in confronto ai quali noi ci sentiamo letteralmente degli sfigati.
Insomma, quante volte ci sentiamo diversi, strani?
Bene, se anche tu sei in questa situazione, rilassati, nel tuo essere strano stai facendo la cosa giusta, l’unica che merita davvero di essere perseguita: stai seguendo la tua strada ed hai scelto di essere te stesso al posto di amalgamarti alla massa e diventare una copia identica di tanti piccoli automi.
Di recente ho riletto un libro che avevo preso in mano per l’ultima volta nel periodo scolastico. All’epoca quella lettura mi aveva colpito sì, ma non ne avevo capito il vero significato.
Sto parlando de Il barone rampante, scritto da Italo Calvino nel 1957.
Cosimo è un ragazzino adolescente appartenente ad una ricca famiglia nobile del paesino fantastico di Ombrosa. Siamo a fine settecento e il protagonista vive la sua vita condivisa col fratello, narratore della storia, tra noiose lezioni private, scherzi al proprio maestro e imposizioni paterne. All’ennesimo obbligo, quello di mangiare un piatto di viscide lumache alla francese, Cosimo si ribella decidendo di salire sugli alberi del suo giardino e di non scenderci mai più.
E così sarà. Tutto il racconto narra le vicende del ragazzino, divenuto poi barone alla morte del padre e della sua vita sopra agli alberi.
Vedete, la genialità del racconto non si cela dietro al gesto del ragazzo che in pieno stile Gioventù bruciata fugge dalla famiglia per crearsi la sua esistenza altrove.
Non accade niente di simile.
Cosimo non scappa dai suoi doveri, anzi. Nonostante il suo nuovo habitat, il ragazzo continua nelle sue lezioni noiose, continua a frequentare i pranzi di famiglia, continua perfino a seguire le messe domenicali.
Cosimo decide di continuare a condividere molti aspetti della società a cui appartiene, non fugge da essa alla ricerca di un El Dorado, non scappa dalle sue responsabilità.
Semplicemente decide di non reprimere gli aspetti del suo carattere che più ama, la voglia di libertà, di solitudine, di riflessione, la sua curiosità, in nome di un “dover essere” imposto dall’alto.
E sapete qual è l’aspetto più geniale in tutto questo? Cosimo non si sente affatto diverso o strano nel suo vivere a due metri da terra. Inizialmente è la società attorno a lui a restare scettica di fronte a tale atteggiamento, ma bastano pochi gesti espressi con naturalezza dal ragazzo per far ricredere tutti.
Cosimo sceglie di Vivere. Sceglie di creare una sua dimensione, unica, mai vagliata o sperimentata prima di lui da nessuna altro. Non si unifica alla massa.
Cosimo plasma la sua vita, non si lascia plasmare dal giudizio di chi lo circonda, non rinuncia ad essere se stesso per sottostare alla visione standard che i suoi cari, i suoi compaesani, i suoi vicini hanno già ipotizzato per lui.
Partecipa alla vita pubblica col suo cappello di pelo di gatto, si innamora tra i rami degli alberi, tiene lezioni di filosofia appollaiato su una quercia, divenendo un esempio di cultura e di istruzione nonostante la sua inusuale vita fuori dai saloni dei ricchi palazzi nobiliari della sua epoca.
Ecco, leggendo la sua storia tutti noi dovremmo capire di quanto in realtà la nostra unicità si nasconda in ciò che ci distingue dal gregge, non in ciò che ci amalgama ad esso.
Le nostre diversità, il nostro essere singoli ed unici sono la nostra forza.
Può sembrare banale, ma pensateci.
La paura di cui è più schiava la nostra generazione si annida esattamente qui: abbiamo paura di esternare il nostro vero essere, di ammettere i nostri limiti in pubblico, di fare ciò che gli altri non fanno per timore di essere giudicati come strani o diversi.
E per fuggire da questo timore facciamo la cosa più stupida: non agiamo.
Non coltiviamo quella nostra passione per paura di sembrare banali, non ci buttiamo a capofitto in quel progetto che sogniamo fin da bambini perché ci farebbe sembrare folli, non ci prendiamo quella pausa da tutto per non uscire dal vortice di cui siamo schiavi per paura del chiacchiericcio che ne deriverebbe.
Leggendo Il barone rampante ci si accorge di come tutte queste ansie non siano altro che un paraocchi indossato inutilmente, una foschia che copre il nostro sguardo e non ci fa guardare oltre.
Cosimo ci insegna che dobbiamo trovare il coraggio di salire sui nostri alberi, sfidare le paure che ci tengono ancorati a terra e cominciare finalmente a vivere. Una volta saliti lassù la foschia si dipanerà e tutto ci sembrerà magicamente limpido.
Vi invito a fare una cosa rara di questi tempi.
Andate in biblioteca, in libreria, dove volete e prendete questo libro. Ogni sera nonostante la stanchezza, mettete da parte il telefono e leggetene qualche pagina.
Dieci minuti, solo dieci minuti.
Vedrete che con la giusta costanza dopo qualche giorno quei dieci minuti diventeranno quindici, poi venti, poi trenta.
Il libro sarà finito, lo chiuderete e lo metterete al suo posto. Ma nella vostra mente ogni volta che alzerete gli occhi verso la cima di un albero penserete a Cosimo e quel pensiero vi darà una spinta giusta per affrontare la vita con più coraggio e meno paura.
Chi vuol guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria.
Italo Calvino – Il barone rampante
Ci vediamo in cima!
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Buona lettura!
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Autore: Italo Calvino
Titolo: Il barone rampante
Pagine: 312
Casa editrice: Mondadori
Un racconto per ragazzi di qualsiasi età!
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