Illuminarsi con l’aurora boreale

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Era una buia notte senza luna.

Sopra al molo il cielo era diviso a metà. A est un grande gregge di nuvole nere cariche di pioggia si stava avvicinando lentamente, trasportato dal vento gelido e dalla voglia di scaricare la loro acqua sulle vite degli abitanti di quello sperduto paesino nordico. A ovest un corollario di stelle illuminava timidamente ogni cosa.

Chissà se arriverà. Si chiese fissando un punto all’orizzonte nella speranza di far abituare al più presto i suoi occhi al buio. Senza quella paziente forzatura delle funzioni delle sue pupille non sarebbe stata in grado di vederla. Per troppe ore il suo sguardo vagava nella luce del sole durante il giorno per riuscire a percepire distintamente le luci fioche della notte.

L’inverno polare doveva ancora arrivare e l’unico modo per acuire i suoi sensi era starsene fuori al buio, sferzata dall’asciutto vento gelido dell’artico.

Non era un’azione da fare in fretta. Come tutte le esperienze magnifiche della vita necessitava anch’essa di lentezza e pazienza. Aveva letto una volta in un libro che gli esseri umani sono strutturati per fare le cose con calma: difatti hanno bisogno di nove mesi di gestazione per nascere e di almeno dieci anni di vita per adattarsi al mondo e formare il proprio approccio alla realtà. Un tempo biblico se confrontato a quello di cui necessitano gli altri esseri viventi.

Così lei stava lì, le mani in tasca dentro ai guanti caldi, dondolante sui talloni come uno stelo d’erba al vento e aspettava paziente.

Da un’ora ormai era in attesa e le speranze stavano pian piano sgretolandosi, la rassegnazione si avvicinava come i nuvoloni sempre più scuri che iniziavano ad invadere anche l’altra metà del cielo. Stava per incamminarsi verso il centro del paese, pronta a dare al destino e al meteo avverso la colpa di quel mancato appuntamento quando qualcosa in cielo iniziò a muoversi. Dapprima assomigliava ad una nuvola più chiara delle altre, tanto trasparente da lasciar vedere le stelle attraverso essa. Ma in pochi minuti l’aura si allargò, passò dritta dritta sopra alla sua testa come un raggio di arcobaleno e andò ad espandersi a ovest, proprio sopra alle cime dei monti.

Da lì iniziò la sua danza.

Sinuosa come una medusa nel fondo dell’oceano, l’aurora esplose di fronte ai suoi occhi in tutta la sua inspiegabile e straordinaria magnificenza.

Più di una lacrima solcò il suo viso, tanta fu l’emozione di trovarsi faccia a faccia con Madre Natura in tutto il suo Essere.

Fu allora che anche lei incominciò a danzare sotto a quel cielo indescrivibile, entrando in totale simbiosi con il mondo, dimentica del superfluo, dell’umano, parte unica di un flusso incontrollabile e pulsante di vera Vita.

Non so se esista qualcosa nella nostra percezione di scimmie evolute simile all’emozione che si prova nell’osservare l’aurora boreale. Ci ho pensato a lungo, ma non mi è venuto in mente nulla che possa paragonarsi a una tale esplosione prima timida poi intensa di luce.

L’unica similitudine che mi sento di fare è legata a ciò che caratterizza il nostro essere umani, un unicum che per ora sembra essere tipico solo della nostra specie: la creatività.

Chiunque abbia mai creato qualcosa potrà capirmi. L’ispirazione, quel momento in cui la creatività irrompe nella nostra mente, facendoci percepire quell’idea, quell’intuizione unica che pian piano si evolve nei nostri pensieri e cresce fino a concretizzarsi e ottenere una forma, che sia essa un insieme di parole, una poesia, uno schizzo su un foglio, una trama, un colpo di scalpello che crea espressione nel legno.

La creatività, quella che da secoli è associata alle muse, alle magie e che resta tutt’ora parzialmente inspiegata dalla scienza, parte recondita e profonda della nostra capacità di esprimerci che non trova utilità pratica nella vita, se non nel bisogno di condividere paura, rabbia, gioia, tristezza, sorpresa, disgusto, disprezzo, pulsioni primarie che accomunano tutti gli esseri umani.

Ecco, se dovessi paragonare la pazzesca crescita dell’aurora nel cielo notturno a qualcosa di umano, penserei alla creatività nata dall’ispirazione. E per far ciò che essa esista, che ci colpisca dal nulla e invada la nostra mente senza preavviso, dobbiamo renderci ciechi. Chiudere gli occhi, abbandonarci al buio, lasciarci invadere solo dai nostri pensieri, alleggerendo la vista da distrazioni, giudizi, preconcetti. Solo noi, con la nostra anima e le domande impronunciabili che ci poniamo quotidianamente ma a cui non vogliamo mai dare risposta dietro alle scuse delle corse, del tempo mancante, dell’ignoranza.

Farci ciechi, guardarci dentro e attendere pazientemente, lasciar lavorare con calma il nostro pensiero e aspettare che l’ispirazione esploda in brillanti soluzioni e intuizioni imprevedibili.

L’aurora mi ha ricordato tutto questo, mi ha fatto riscoprire nuovamente l’importanza della pazienza, della lentezza, della riflessione, pilastri su cui ora come non mai in quest’epoca di apparenze, corse e finzioni, dovremmo posare nuove basi per il nostro futuro.

Grazie aurora, spero di rivederti presto!


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Autore: Lamberto Maffei

Titolo: Elogio della lentezza

Pagine: 152

Casa editrice: Il Mulino

Una breve e illuminante riflessione sull’importanza della lentezza in questi anni di folle velocità.


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