L’eco dei secoli passati
risuona tra le mie calli
abbandonate.
Eh si, tanti ne ho visti
di questi morbi infami
che colpiron i miei veneziani.
Peste, vaiolo, colera:
vecchi conviventi
che condivisero con me
anni di tormenti.
Sotto sotto mi piaceva
quel mio essere deserta,
finalmente silenziosa.
So di essere egoista,
ma quando sei sempre
la prima della lista
un po’ di quiete non dispiace
e ti godi la tua pace.
Il morbo infuria si,
ma il pan non manca
e sul mio ponte
non sventola
bandiera bianca.
Eppure
vedo in questi giorni
il popolo mio amato
profondamente disperato.
Si rialzeranno,
lo so per certo,
come la platea
dopo un concerto.
Ma la musica è triste
in questo momento,
stanno vivendo
con vero tormento.
Paion d’un tratto
tutti incapaci
di vivere la solitudine
in cui son rintanati.
Non sanno più riempire le loro ore
con allegre letture
o fiumi di parole.
Rimpiangono un passato
che han tanto criticato
sussurrando ad ogni vetro:
“Non si tornerà più indietro!”.
Vi assicuro invece
che indietro tornerete
e sarete anche peggiori
di ciò che ora siete.
Rivenderete ogni mia grazia
senza alcun pentimento,
e a tasche piene tornerete,
vuote di ogni sentimento.
Una cosa mi ha insegnato
la mia storia millenaria:
non c’è speranza più vana
della fiducia nella mente umana,
che dagli errori non impara,
ma peggiora e si dispera,
ritornando a quel passato
che essa stessa ha condannato.
Venezia, 3 Aprile 2020
ValeZenna
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