Madonna della Salute, palloncini e castradina

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Il 21 novembre a Venezia si celebra una delle feste più sentite dai suoi cittadini: la Madonna della Salute. Per i pochi veneziani superstiti resta una ricorrenza a cui si è legati a doppio filo.

Il primo filo è appeso alla storia della Basilica della Madonna della Salute. La chiesa fu costruita a partire dal 1630 da Baldassarre Longhena sotto invito del patriarca Giovanni Tiepolo e del doge Nicolò Contarini, come ex voto alla Madonna per richiedere la liberazione della città dall’epidemia di peste che ne aveva decimato gli abitanti.

Già, niente reel su Instagram o post su Facebook per lamentarsi della situazione. All’epoca si costruivano direttamente imponenti basiliche in stile palladiano per attirare l’attenzione dei piani alti. I veneziani erano maestri in quest’arte e anche recidivi: la basilica del Redentore infatti fu costruita qualche decennio prima in nome della stessa causa.

Insomma la basilica venne eretta e poco alla volta l’epidemia scemò.

Tutt’ora il ricordo di quella grazia porta i veneziani a pellegrinare ogni anno fino alla basilica con un rito ben definito: si attraversa il ponte votivo di barche che attraversa il Canal Grande, si accende una candela alla Madonna e si recita la canonica preghierina.

All’uscita ad aspettare i fedeli si trova il secondo filo che li lega alla tradizione: la “fritola de a Salute“. Quale occasione migliore per concludere il giro con una bella frittella calda ricoperta di zucchero? La fede lascia presto spazio alla gola e nella memoria di ogni veneziano quel dolce è ormai parte integrante della festa.

Per i più piccoli la giornata si conclude con l’acquisto di un palloncino volante gonfiato d’elio a forma di cartone animato il quale, se avrà fortuna, finirà la sua esistenza afflosciato sul soffitto del salotto fino al suo totale sgonfiamento.

Un terzo filo però esisteva fino a poco tempo fa nei ricordi di tutti i cittadini, un filo antico che si sta consumando pian piano: il filo della castradina.

La castradina è la carne di montone, solitamente della spalla o della coscia, speziata e affumicata ed è conosciuta a Venezia fin dagli albori della Serenissima. All’epoca la carne veniva prodotta lungo le coste dell’Adriatico, dall’Albania alla Dalmazia, in una zona chiamata dai veneziani degli Sclavoni. La sua produzione derivava da un’antica ricetta orientale che restò viva per secoli nei territori occupati dalla Repubblica.

La carne arrivava a Venezia tramite i barconi direttamente in Riva degli Schiavoni, porto nevralgico della città, e da lì veniva consegnata ai veneziani per essere consumata.

L’origine del suo nome è duplice e poco chiaro. C’è chi lo fa risalire ai tanti castra, i depositi veneziani disseminati lungo le coste adriatiche da cui proveniva; chi lo lega alla parola castrà, il termine in cui in dialetto si chiama la carne del montone castrato.

Nel periodo della peste l’utilizzo di questo alimento crebbe tra i pochi superstiti. Durante l’epidemia infatti era sconsigliato il commercio di carne fresca dalla “campagna“, cioè dall’entroterra, per paura del contagio.

Il mare restava quindi l’unica via per ottenere carne commestibile e la castradina divenne una scelta quasi obbligata.

Fino a qualche decennio fa questo piatto veniva consumato in tutta la città nel periodo novembrino della Madonna della Salute, una tradizione di quattrocento anni che veniva tramandata di casa in casa.

Oggi a cucinare la castradina sono in pochi, anzi pochissimi.

I ristoranti che ancora la cucinano si contano sulle dita di una mano e trovare un “toco di castradina” in una macelleria diventa anno dopo anno un’impresa sempre più complicata.

Ricordo che uscendo dalla Basilica della Salute da bambina mi capitava di alzare lo sguardo verso il cielo e immancabilmente incrociavo lo sguardo fisso e sorridente di un palloncino disperso, scivolato dalla manina di qualche bimbo distratto.

Forse la castradina sta facendo la fine di quello stesso palloncino, forse il suo filo ci è scivolato di mano e anche lei volerà via dai nostri ricordi, come ormai sta accadendo a molte tradizioni della nostra terra.

Ricordo però un trucco che usavo da piccina per non far scappare il mio palloncino nel cielo infinito: mia madre me lo legava al polso, così non c’era nessun rischio che volasse via.

Ecco forse per salvare la castradina basterebbe ricucire quel filo, stringercelo forte forte al polso e non lasciarlo mai più fuggire.

castradina
La castradina una volta lessata

C’è una poesia di Domenico Varagnolo, poeta veneziano vissuto nei primi decenni del secolo scorso, che ricorda a tutti cos’è e cosa è stata la festa della Madonna della Salute per i veneziani.

Si intitola “Madonna de la Salute“. I fili qui ci sono tutti: teniamoceli stretti.

Obligo no ghe n’è, ma stamatina,
sia pur piova, caligo o bavesela,
ogni zente cristiana e cristianina,
in ciesa vol andar e proprio in quela!

I passa el ponte, i crompa la candela,
el santo, el zaletin, la coronçina,
e verso mezodì l’usanza bela
vol che i vada a magnar la castradina.

El bacaro xe pien; e la parona
che, drio del banco, conta le valute
la ghe dise al marìo che no ragiona:

“Sarà quel che ti vol, ma la Salute
(pol scondarse qualunque altra Madona)
come festa, per mi, va sora tute!”

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Autore: Mariù Salvatori de Zuliani

Titolo: A tola co i nostri veci

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