“Mettere una croce sopra”, assegni e biffature

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Hai mai compilato un assegno?

Beh, di questi tempi è una situazione abbastanza inusuale in cui potersi ritrovare. La carta stampata è ormai sulla strada del tramonto e molte banche non consegnano nemmeno il famoso libretto degli assegni di novecentesca memoria quando si apre un conto.

Ricordo poco il momento in cui ricevetti un assegno per la prima volta, un tempo lontano in cui era normalità riceverne uno come stipendio. Ricordo bene invece la prima volta in cui dovetti “staccare” io un assegno: sbagliai nello scrivere la cifra, non lasciando il giusto spazio per la biffatura e fui costretta ad annullarlo e farne uno nuovo.

Aspetta, aspetta: biffatura? Cosa significa?

Oggi è un termine abbastanza desueto, lo si usa spesso in ambito notarile ed economico oppure in ambito tipografico, ma sicuramente non è una parola che usiamo quando andiamo a bere il caffè al bar, alla cena di Natale o alle feste di compleanno. Insomma, è una parola in via di estinzione. Ed è un peccato perché la sua origine viene da molto lontano, è curiosa e rintana forse in sé l’origine di un modo di dire che al contrario usiamo quotidianamente: “mettere una croce sopra”.

Facciamo un passo indietro.

Biffare è un termine di derivazione francese: in francese infatti biffer significa “cancellare“, mentre in francese antico (la lingua da cui si è evoluto generazione dopo generazione il francese moderno) la parola biffe significava “stoffa a righe” e anche “staccivendola“, forse derivante a sua volta dal latino bifilo, “a due fili“.

Ora non è semplice trovare il legame tra i due concetti: cosa centra la stoffa a righe con la cancellatura? I linguisti di professione si scervellano ancora nel capire cosa abbia portato i parlanti a far migrare il significato di questa parola da una stoffa all’atto della cancellatura. Chissà, forse le righe della stoffa richiamavano i segni grafici o semplicemente qualche scribacchino usava la stoffa dei suoi vestiti per asciugare l’inchiostro impresso sui fogli. Tutte ipotesi plausibili, ma nessuna certa. Fantasticare non costa nulla.

In ogni caso torniamo a noi.

Il termine biffare veniva usato durante il Medioevo, ottocento anni fa, per indicare l’atto del segnare con delle croci o con delle x alcuni punti delle opere in modo che queste non potessero essere copiate: “sporcarle“, “guastarle” proprio per far si che restassero uniche.

Con l’avvento della stampa nel XVI secolo (il famoso 1500 della serie TV dei “Tudor” per intenderci), questa procedura venne trasposta al mondo delle tavole di incisione, quelle lastre su cui gli artisti o i tipografi andavano ad incidere le loro opere per poi stamparne una serie uguale. A fine serie la lastra veniva biffata, così da non poter esser più riutilizzata, con una bella croce sopra.

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Una lastra dell’artista Giuseppe Viviani biffata.

Il detto “mettere una croce sopra” deriva anche da questa usanza. Ma non solo!

Il famoso cancelletto (si, lo so oggi si dice hashtag #) che scriviamo negli assegni prima e dopo la cifra (ad esempio “#100#”) è un modo usato fin dall’antichità per evitare la modifica della cifra da parte di terzi, per biffarla e renderla unica. Il cancelletto è l’erede dei segni incrociati fatti sulle lastre in passato. Come anche le famose croci sui cartelli stradali che indicano la sospensione momentanea del divieto: tutti segni grafici eredi di quella stoffa a righe.

Un esempio di assegno biffato

Insomma dallo scribacchino medievale, ai tipografi che diedero alla stampa capolavori più di cinquecento anni fa, fino ad arrivare al mondo boomer degli assegni e al motto “mettere una croce sopra“: visto il viaggio che il termine biffare ha fatto per arrivare fino a noi, credo valga la pena riportarlo alla luce!


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