Busy, timidezza e Pablo Neruda

PopPoesia_timidezza e Neruda

Recentemente ho scoperto dell’esistenza di un pesciolino.

Si chiama gambusia, ma per oggi lo chiameremo Busy.

Busy è un pesce piccolino, grigiastro, lungo qualche centimetro, magro e affusolato.

Vive principalmente negli stagni, nei laghi o nei fossi: insomma, in tutti quei posti dove l’acqua è stagnante. Già, perché è proprio lì che Busy trova il suo piatto preferito.

Una pietanza che per Busy è pari al nostro pasticcio, mentre per noi Sapiens è pari al maggior mietitore di vittime del nostro consumato pianeta.

Ebbene sì, l’abbiamo trovato!

Il predatore che tutti sogniamo di avere in camera nelle calde notti estive, veloce e scattante come neanche una gazzella.

Avete capito bene.

Busy è un divoratore di zanzare.

Le ama talmente tanto da essersi addirittura guadagnato il soprannome di “pesce zanzara”.

Busy viene da lontano, non è una specie autoctona del nostro continente, ma la sua utilità come Terminator zanzaroso gli ha fatto velocemente scalare le classifiche di popolarità e in molti ormai preferiscono avere lui come fedele compagno nei propri spazi acquitrinosi al posto di un classico pesce rosso.

Eppure, Busy durante il giorno se ne sta nascosto.

Vive sul fondo dello stagno, quatto quatto, gli occhioni fissi ad osservare il pelo dell’acqua, quasi impaurito dalla realtà che sta al di fuori.

Nonostante la sua notorietà, Busy è timido. Molto timido.

Quando ci si avvicina a lui, scappa, timoroso del dover affrontare nuovi rapporti sociali con noi Sapiens. Anche quando intuisce che ci avviciniamo a lui solo per versare un po’ di cibo sulla superficie della sua casa (siamo il suo supermercato nei giorni freddi dove le zanzare non si fidano ad uscire), è restio. Se ne sta nascosto finché la nostra ombra scompare. Solo a quel punto si avvicina al pelo dell’acqua e dimostra tutto il suo talento, concludendo la sua cena proteica.

Capisco bene Busy.

La timidezza è spesso una spiacevole convivente con cui dividere i propri giorni.

Mentre si è lì, nell’ombra della propria vita sociale, si parla con sé stessi e con chi ci conosce con una grinta da squali.

Ci si sente pronti a tutto, si ha una parlantina da Cicerone e un coraggio da Massimo Decimo Meridio. Si hanno mille intuizioni, mille idee, mille talenti.

Appena si è chiamati in superficie però, appena la società pretende di vedere il nostro coraggio e la nostra grinta, il timore ci assale.

Il timore di non essere abbastanza, il timore di non riuscire ad esprimerci nel modo adatto e di essere fraintesi, il timore di fare danni a noi stessi e a chi ci circonda. E una serie di sensazioni ingovernabili prendono il sopravvento: il rossore, il tremore, il parlare in modo inconcludente. “Ma come?!” ci si chiede “Mi ero preparato, sapevo cosa dire, sapevo cosa fare!”.

Invece l’unica cosa che si vuole davvero è tornare sul fondo, invisibili, protetti, ombre che si muovono in velocità, che vivono bene nel silenzio, nella solitudine, uscendo allo scoperto solo quando il talento più vero lo richiede.

Insomma vivere la vita di Busy: stare nascosti nel fondo dello stagno per la maggior parte del proprio tempo, donandosi al mondo in quei pochi preziosi momenti in cui ci si esprime davvero.

Pablo Neruda scrisse una poesia bellissima sulla timidezza.

Esprime in poche righe ciò che un timido prova durante la sua esistenza, usando una metafora bellissima: vestirsi da tegole, da fumo per vivere la vita, esserci in tutto, ma senza essere visti, senza la pressione derivata dallo stare in società.

Un po’ come Busy, che c’è, ma si rende palese solo quando è necessario.

Che magia la poesia!

Ecco per tutti noi “La timidezza” di Pablo Neruda.

Appena seppi, solamente, che esistevo
e che avrei potuto essere, continuare,
ebbi paura di ciò, della vita,
desiderai che non mi vedessero,
che non si conoscesse la mia esistenza.

Divenni magro, pallido, assente,
non volli parlare perché non potessero
riconoscere la mia voce, non volli vedere
perché non mi vedessero,
camminando, mi strinsi contro il muro
come un’ombra che scivoli via.

Mi sarei vestito
di tegole rosse, di fumo,
per restare lì, ma invisibile,
essere presente in tutto, ma lungi,
conservare la mia identità oscura,
legata al ritmo della primavera.

Un volto di una ragazza, un colpo puro
di una risata che spacca la giornata in due
come in due emisferi d'arancio,
e cambiai strada,
ansioso per la vita e timoroso,
vicino all'acqua senza berne il freddo,
vicino al fuoco senza baciarne la fiamma,
e mi copriva una maschera d'orgoglio,
ed ero magro, ostile come una lancia,
senza che nessuno ascoltasse
-perché io lo impedivo-
il mio dolore
rinchiuso
come la voce di un cane ferito
uscente dal fondo di un pozzo.

Ecco la versione in lingua originale La Timidez” di Pablo Neruda.

Apenas supe, solo, que existía
y que podría ser, ir continuando,
tuve miedo de aquello, de la vida,
quise que no me vieran
que no se conociera mi existencia.

Me puse flaco, pálido y ausente,
no quise hablar para que no pudieran
reconocer mi voz, no quise ver
para que no me vieran
andando, me pegué contra el muro
como una sombra que se resbalara.

Yo me hubiera vestido
de tejas rotas, de humo,
para seguir allí, pero invisible,
estar presente en todo, pero lejos,
guardar mi propria identidad oscura
atada al ritmo de la primavera.

Un rostro de muchacha, el golpe puro
de una risa partiendo en dos el día
como en dos hemisferios de naranja,
y yo cambié de calle,
ansioso de la vida y temeroso,
cerca del agua sin beber el frío,
cerca del fuego sin besar la llama,
y me cubrió una máscara de orgullo,
y fui delgado, hostil como una lanza,
sin que escuchara nadie
-porque yo lo impedía-
mi lamento
encerrado
como la voz de un perro herido
desde el fondo de un pozo.

Pablo Neruda “La timidezza” – i versi più belli

Appena seppi, solamente, che esistevo“: tutto il peso di questo verso cade sull’avverbio solamente. Cosa significa quella parola messa lì, in mezzo ? È il riassunto della consapevolezza, rendersi conto semplicemente di esistere. E non è un’azione che accade presto nella vita. Da bambini non si ha davvero la consapevolezza della propria esistenza. La scienza è altalenante sull’età in cui iniziamo a percepirci come esseri singoli, ma tutti sono più o meno d’accordo sul fatto che intorno ai quattro anni iniziamo a formare questa percezione in modo stabile. Da adulta però mi rendo conto che il momento in cui ho iniziato a sviluppare realmente consapevolezza sulla mia coscienza è stato nell’età dell’adolescenza, quando cioè hanno iniziato a scaturire in me domande esistenziali profonde ruotanti attorno all’esistenza del mio pensiero. Mi resi conto di esistere raggiungendo indipendenza nel ragionamento. E qui che si introduce la poesia di Pablo. Appena seppi “che avrei potuto essere, continuare (…) ebbi paura di ciò“, è la responsabilità di esistere il tema su cui si mette l’accento in questa poesia. E un timido ha timore di essere.

Divenni magro, pallido, assente (…) camminando, mi strinsi contro il muro / come un’ombra che scivoli via.“: ecco il desiderio di scomparire, diventare invisibile non solo nel nascondersi, nel diventare un’ombra, ma anche nel trasformarsi in un fantasma magro e pallido.

Mi sarei vestito / di tegole rosse, di fumo, / per restare lì, ma invisibile, / essere presente in tutto, ma lungi, / conservare la mia identità oscura, / legata al ritmo della primavera.“: questi versi esprimono una metafora che per me è la più bella di tutta la poesia. Trasformarsi in tegole, in fumo, per poter partecipare alla vita sociale, ma non attivamente, starsene in bella vista, ma avvolti nel mantello dell’invisibilità di Harry Potter. Quante volte tutti noi abbiamo sognato di possederne uno o di essere invisibili come Susan Storm, la donna invisibile dei Fantastici 4? Un timido ha questo bisogno continuamente, non per curiosare di nascosto il mondo che lo circonda, ma per esistere in esso senza la pressione di un universo di sguardi a fissarlo e imbarazzarlo.

(…) cambiai strada (…)“: quante volte ci è capitato di voler evitare delle situazioni, degli sguardi, dei saluti, degli incontri e di cambiare repentinamente strada? Spesso lo facciamo per fastidio, per invidia, per gelosia o per evitare l’imbarazzo. Un timido lo fa per paura. Per paura di reagire nel modo sbagliato a quel saluto, per paura di essere giudicato dal rossore incontrollabile che invade il suo volto, per paura di affrontare l’ignoto. Cambiare strada per scappare da ciò che può inconsapevolmente ferirlo.

(…) ostile come una lancia, / senza che nessuno ascoltasse / -perché io lo impedivo- (…)“: in quel verbo impedire c’è un mondo si significato. Nella sua etimologia c’è la parola latina pedica, che significa ceppo, la quale ha una radice in comune con la parola greca podus, cioè piede. Quindi “mettere un ceppo tra i piedi“. Ecco quale azione compie la timidezza: mette i bastoni tra le ruote, allontana, rende nemico chi abbiamo di fronte e lascia il timido solo.

(…) il mio dolore / rinchiuso / come la voce di un cane ferito / uscente dal fondo di un pozzo.“: la timidezza rinchiude, abbandona il dolore nella mente di chi la vive. La sofferenza esiste, ma non si palesa, resta nascosta, urlante dentro di sé, come spiega bene la metafora di Pablo. Il dolore rinchiuso nella propria anima, come l’ululato di un cane ferito abbandonato sul fondo di un pozzo.


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PabloNeruda_poesie

Autore: Pablo Neruda

Titolo: Poesie d’amore e di vita

Pagine: 256

Casa editrice: Guanda

Una selezione di poesie di Neruda in lingua originale con testo a fronte, ottima per iniziare a conoscere questo prolifico autore!


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Buona lettura!


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