In montagna da qualche parte in Trentino quando si vuole indicare qualcuno in gamba e determinato di dice che “Sa far le legne”.
“Eh si!” sentii dire una volta da un’amica che vive in quelle zone. “Lui si che sa far legne!” Indicando un ragazzo che aveva l’aspetto di un uomo maturo nonostante i suoi quindici anni appena compiuti.
Eh beh, perché “far le legne”, tagliare la legna, è un lavoro di fatica.
Si certo, in città in molti pensano che la legna si faccia chiamando la ditta di consegne e posizionando con il transpallet il bancale in giardino, ma, spoiler, per secoli i bancali non sono esistiti e nemmeno i furgoni che si parcheggiano davanti al vialetto.
Per anni bisognava farsela da soli, la legna.
Prendere un’accetta, mettersi in borsa un pezzo di pane salame e formaggio, mezzo litro di vino e andar su sui boschi a lavorare.
Spesso lo dimentichiamo, ma fino a cento anni fa tutto quello che ruotava attorno alla vita di qualsiasi essere umano esisteva grazie alla legna.
Dalla sveglia al sonno, ogni cibo, ogni luce, ogni macchina dipendeva dal calore del fuoco. Senza legna non c’era calore, quindi cibo, quindi movimento, quindi vita.
E in posti di montagna la capacità di scegliere gli alberi giusti, accettarli, accumularli, conservarli nel posto giusto per farli seccare nei tempi giusti erano le qualità migliori che un uomo e una donna potessero avere.
Perciò il saper “far le legne” era caratteristica essenziale per la scelta di un buon partito: altro che lavoro da supermanager, super Suv, vestiti di marca o conto gonfio di illusioni.
Erano molto più importanti la legnaia straboccante e l’accetta affilata.
Ma gli alberi bisogna saperli tagliare.
Prima di scegliere l’albero da abbattere bisogna creare un rapporto con lui, studiarlo, osservarlo, accarezzarlo, conoscerlo.
Fare amicizia con lui e con i suoi vicini.
E così ogni ramo prende significato, ogni pezzo di corteccia diventa un libro da leggere, la forma del tronco parla di salute o malattia, la sua inclinazione parla delle sue radici.
La sua chioma parla di casa, di tana per una varietà immensa di altri esseri viventi, dagli uccelli, ai ghiri, dai funghi al muschio.
Dietro ad ogni singolo albero si nasconde una storia lunga decenni se non secoli e uno che sa far le legne impara a conoscerla bene e soprattutto si educa a rispettarla.
O almeno così era un tempo.
Un tempo lontano in cui l’abbattimento degli alberi era un vero e proprio rito.
Avete presente il Palo della Cuccagna?
Quel palo che si piazza al centro del paese con in cima appesi regali e doni che deve essere scalato da tutti i giovani coraggiosi e sudaticci della comunità?
Da dove ha origine?
Un antropologo super famoso ed importante, James Frazer, vede la nascita di questo rito nelle antiche religioni animiste, quelle secondo cui la natura e tutti i suoi frutti possiedono un’anima.
Come in Koda Fratello Orso, per intenderci.
Parliamo di un’epoca molto lontana, ben più di 10.000 anni fa.
Da quel tempo resiste tutt’ora il culto dell’”albero di maggio”, un albero, uno e uno solo, che viene tagliato verso maggio e posto al centro del villaggio, per essere poi abbellito e adornato (…vi ricorda qualche altro albero che abbiamo tutti in casa un mese all’anno?).
In alcuni paesi vengono piantati alberi davanti ad ogni porta o le porte stesse vengono adornate con frasche e fiori.
Ma perché lo si fa?
Beh, per quale motivo facciamo regali alle persone che amiamo?
Solitamente per ringraziarle o per farci perdonare, dipende dai punti di vista.
Si può dire che lo stesso accada con questi riti: si ringrazia la natura per i suoi frutti e ci si scusa con lei per i momenti in cui non le si è portato abbastanza rispetto.
Senza andare troppo lontano, proprio nella nostra penisola si svolgono tutt’ora in Basilicata e Calabria dei riti legati al matrimonio tra uomo e natura, giornate di festa in cui si uniscono simbolicamente due alberi diversi fino a crearne uno unico, per poi piantarlo in mezzo alla piazza principale del paese.
Il tutto condito con musiche, cibo, canti, balli e l’immancabile risalita del tronco da parte dei giovani in “età da moglie”, come si diceva un tempo.
Se siete curiosi di saperne di più, guardate questo documentario interessante proprio sui riti arborei in sud Italia.
Insomma, da millenni l’uomo che sa “far le legne” unisce all’abbattimento degli alberi un dono da offrire alla natura stessa, come per controbilanciare il suo rapporto con lei.
Perché quell’uomo è consapevole dell’importanza che quell’albero conserva in sè ed è consapevole della sua piccolezza umana di fronte alla forza implacabile della natura.
Forse bisognerebbe tornare tutti a far le legne, reimparare ad ascoltare gli alberi, farci guidare da loro e smetterla di pretendere di poterli governare.
Dove si abbatte una foresta si abbatte un città ricca, autosostenibile, florida e centenaria.
Si abbattono sogni, rumorosi silenzi, ricordi di epoche dimenticate.
Come dice Alda Merini, dentro agli alberi “c’è un violino d’amore”: lasciamoli suonare in pace.
Vi lascio con una sua poesia.
Si intitola “Tu non sai”, edita nel 2000 nella raccolta “L’anima innamorata”.
Parla di alberi, di ciò che nascondono al loro interno senza che noi a volte stupidi esseri umano, ce ne rendiamo conto.
Che magia la poesia!
Ecco per tutti noi “Tu non sai” di Alda Merini.
Tu non sai:
ci sono betulle che di notte
levano le loro radici
e tu non crederesti
mai che di notte gli alberi
camminano o diventano sogni.
Pensa che in un albero
c’è un violino d’amore.
Pensa che un albero
canta e ride.
Pensa che un albero
sta in un crepaccio
e poi diventa vita.
Te l’ho già detto:
i poeti non si redimono,
vanno lasciati volare
tra gli alberi
come usignoli
pronti a morire.
Alda Merini “Tu non sai” – i versi più belli
“Pensa che in un albero / c’è un violino d’amore.“: c’è un parco bellissimo in Trentino Alto Adige, il Parco del Paneveggio, a San Martino di Castrozza. E’ un luogo magico, ancora in parte incontaminato, ricco di cascate, passeggiate e laghi. Proprio dal parco del Paneveggio proviene il legno utilizzato dai liutai fin dal 1600 per costruire violini e strumenti musicali unici per la loro sonorità. Si narra che Stradivari stesso si recasse nella zona per scegliere gli alberi migliori, oramai 300 anni fa. Ecco cosa mi viene in mente quando leggo il verso di Alda: dentro ad ogni albero c’è un violino d’amore, ma solo se questo viene selezionato con cura e passione da chi ha rispetto per ogni singola scheggia di legno sacrificata per creare melodia. Nel 2018 l’intera zona fu colpita dalla tempesta Vaia che distrusse una parte dei boschi che compongono il parco e intere foreste in Veneto e Trentino. Sono zone che conosco bene a cui sono molto affezionata: vederle rase al suolo è stata una delle immagini più dolorose a cui abbia assistito. Se vuoi aiutare il Parco di Paneveggio a ricreare le sue foreste abbattute dal Vaia, ti consiglio di fare un giro sul sito Trentino Tree Agrement: con una piccola donazione potrai aiutare le foreste a crescere…letteralmente!
“un albero / canta e ride“: spesso scappo in montagna per immergermi in un bosco e farmi assorbire dal suo silenzio. Ma raramente mi rendo conto che in realtà un bosco è tutto fuorché silenzioso. Il fruscio del vento fa cantare gli alberi, il verso degli uccellini riempie di melodia quel luogo che a noi sembra silenzioso solo perché parla una lingua diversa da quella delle macchine e della confusione tipica di noi Sapiens. La prossima volta che entri in un bosco facci caso, ascolta il canto e le risa degli alberi, coma Alda ci insegna!
“i poeti non si redimono / vanno lasciati volare / fino a morire“: cosa significa redimersi? Redimere vuol dire liberarsi da qualcosa che opprime, da una condizione negativa, di preoccupazione. Immaginate la sfumatura religiosa del fedele che si confessa davanti a Dio e si libera dei suoi peccati. Qui Alda ci dice che un poeta non si redime, cioè non si libera mai da quel suo mal di vivere, dalla quel suo profondo approccio alla vita. Un poeta non può liberarsi dalla catena che lo lega alla riflessione, ci convive e va lasciato libero di essere sé stesso, libero di volare nei suoi pensieri come un usignolo che vola tra le fronde fino alla sua morte. Una persona che durante la propria vita è stata privata della propria libertà come Alda, a causa della reclusione in centri psichiatrici, vede nella continua riflessione in cui è costretto un poeta un’occasione di libertà. La libertà di pensare con la propria testa, di creare versi, di sognare, di riflettere sulle gioie e i dolori della vita. D’altronde il poter pensare è l’unica arma che ci resta quando siamo isolati, o soli. Il pensiero in quel caso diventa ossigeno. Non bisogna avere paura di pensare, non ci dobbiamo sentire obbligati a redimerci, a chiedere scusa per i nostri pensieri, perché sono propri quei pensieri a farci volare liberi come usignoli tra le fronde, a renderci unici.
I libri che ti consiglio
Se ti è piaciuto questo articolo, ecco qui qualche libro che ho letto e ti consiglio legato all’argomento trattato.
In qualità di Affiliato Amazon ricevo un guadagno dagli acquisti idonei, quindi se deciderai di comprare il libro o di continuare le tue spese dai link che trovi su questo articolo, aiuterai PopPoesia a mantenersi! E avrai tutta la mia gratitudine!
Autore: Alda Merini
Titolo: Fiore di poesia
Pagine: 268
Casa editrice: Einaudi
Le più belle poesia di Alda scritte tra il 1951 e il 1997.
Se ti è piaciuto questo articolo di PopPoesia ti suggerisco di fare un giro su questa pagina per leggerne altri!
Buona lettura!
Dai un occhio agli ultimi articoli pubblicati:
-
Pagemaster, schermi e fantasia
Stiamo facendo vedere i cartoni giusti ai nostri bambini o stiamo uccidendo per sempre la loro unica fantasia?
-
Dove sono finite le nostre idee?
Siamo bombardati da feticci di idee. Pupazzi che assomigliano a vere intuizioni ma che in realtà non sono altro che la copia di idee di altri.
-
Concerti, accordi e anno nuovo
Ogni musicista deve avere cura del proprio strumento; il direttore non fa altro che ordinare una serie di anime responsabili di sé stesse.
-
Madonna della Salute, palloncini e castradina
Il 21 novembre a Venezia si celebra una delle feste più sentite dai suoi cittadini: la Madonna della Salute. Per i pochi veneziani superstiti resta una ricorrenza a cui si è legati a doppio filo. Il primo filo è appeso alla storia della Basilica della Madonna della Salute. La chiesa fu costruita a partire dal…
-
Baccalà, cura e tradizioni
“Che puzza mamma!” Esclamò la piccola, i grandi occhi azzurri a fissare nello specchio quelli di sua madre. “Eh lo so! Ma solo per qualche giorno, ghe xe el baccalà a mogio!” Rispose lei, una carezza sul viso della figlia curiosa, infastidita ma allo stesso tempo attratta da quella cosa misteriosa ammollata nel secchio. Era…

