Parole, scontrini e Montale

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Appena ho un po’ di tempo libero sfoglio libri di poesia alla ricerca di qualche testo dimenticato o mai letto per vedere quali sensazioni suscita in me.

Alle volte dal testo nasce la riflessione, altre viceversa.

L’altro giorno stavo svolgendo un’attività che noi donne conosciamo bene: svuotare la borsa.

Mi ricordo una bellissima canzone di Noemi che recitava così: “ La borsa di una donna pesa come se ci fosse la sua vita dentro.”

Quanta verità!

La canzone si intitola proprio “La borsa di una donna” e se non l’avete mai sentita vi consiglio di ascoltarla, il testo è molto bello. Ve la lascio qui.

Ad ogni modo ero lì a sistemare quella piccola parte di vita quotidiana.

Oltre alle classiche carte di caramelle, agli scontrini e ai fazzoletti usciti dal loro sacchettino di plastica, sgusciarono fuori dai meandri della borsa anche dei biglietti appallottolati, i quali una volta srotolati svelarono al loro interno qualche verso, un numero di telefono, una ricetta incomprensibile.

Sono fatta così: quando mi viene in mente qualche frase carina, la sento alla radio o la leggo da qualche parte ho la tendenza a tirare fuori carta e penna e trascriverla.

Capita anche a voi?

Piccolo vizio da millennials” (se non da boomer) potrebbero pensare coloro che mi sorprendono in questa mia attività.

Ma che ci volete fare, non mi sono ancora abituata al touchpad dello smartphone e chissà se mai accadrà.

Forse qualcuno si ricorderà di un mondo lontano in cui il cellulare non era così scontato ed era naturale scrivere sui biglietti dei bus, del treno oppure sugli scontrini o su carte volanti.

Si, si, anche sugli scontrini.

Ricordo di un’amica la quale passeggiando per Venezia quindici anni fa incontrò una persona famosa per strada e in assenza di un foglio o di un’agenda si fece fare l’autografo sulla borsa di carta con cui aveva fatto la spesa!

Possiede ancora quel cimelio come un amuleto, testimone di un’epoca che non tornerà forse mai più.

Nel sistemare la borsa trovai dei pezzettini di carta con su scritti dei versi che recitavano così:

Impara a vivere la vita come il tempo in montagna: cambia spesso e sii pronto all’imprevedibile”.

“Wow, che versi da Nobel”, pensai ironicamente ridendo.

Non era segnata una data, né un luogo.

Chissà, forse avevo scritto quelle parole in treno o al ritorno da una passeggiata proprio in montagna.

Considerando il livello di stropicciamento in cui era ridotto quel povero foglietto dovevano aver vissuto per lungo tempo sul fondo della borsa facendosi compagnia con i fazzoletti e con le carte delle caramelle abbandonate. Me li vedo tutti e tre a chiacchierare del più e del meno in attesa di rivedere la luce.

Finito il riordino generale tornai alle solite faccende continuando però a pensare a quelle parole.

Sembrava che avessero deciso da sole di essere ritrovate, che si fossero accorte di me dopo mesi di silenzio chiamandomi dal fondo di quella borsa.

Chissà cosa era scattato nella mia mente quando le annotai.

Le parole alle volte sembrano vivere di vita propria.

Da un momento all’altro si svegliano e pretendono di uscire da una penna, vogliono riguadagnare la vita che già hanno nella mente di chi le pensa.

E non importa il momento in cui ciò accade: in quell’attimo bisogna essere pronti a catturarle, trascrivendole ovunque capiti.

In fondo le parole non hanno una vera casa, siamo noi a rintanarle nei libri, dentro ai giornali, nei dizionari, sulle tavolette di argilla, sui tronchi degli alberi.

Le parole fluttuano nel pensiero e quando decidono di atterrare in questo nostro mondo terreno si adattano a qualsiasi luogo.

Ancora una volta quei pensieri mi portarono alla libreria.

Ancora una volta Eugenio mi fissò.

Ancora una volta le sue parole mi scelsero e come sempre mi sorpresero per la loro precisione.

Chissà, forse anche lui prima di comporre la poesia che parlava proprio di loro si era dilettato a riordinare la sua valigetta, come avevo appena fatto io con la mia stanca borsa.

Magari i versi di quel componimento erano stati annotati proprio su un foglietto volante in attesa di una sede più ordinata.

Chissà.

Una cosa è certa: quelle parole sapevano che prima o poi avrebbero bussato alla mia porta.

Che magia la poesia!

Ecco per tutti noi la poesia “Le parole”, di Eugenio Montale dalla raccolta Satura 1962-1970.

Le parole
se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia, la carta
di Fabriano, l’inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto;

le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto,
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto;

le parole
non chiedono meglio
che l’imbroglio dei tasti
nell’Olivetti portatile,
che il buio dei taschini
del panciotto, che il fondo
del cestino, ridottevi
in pallottole;

le parole
non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambracche e accolte
con furore di plausi
e disonore;

le parole
preferiscono il sonno
nella bottiglia di ludibrio
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;

le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c’è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;

le parole
dopo un’eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute.

Eugenio Montale “Le parole” – i versi più belli

…se si ridestano“: “Se” quanta magia c’è in quel “se”? L’ispirazione non si controlla, non si incanala, non si regola. Quando arriva, arriva, ed è lei a scegliere quando, come e se mostrarsi. Come i sogni non possono essere scelti di notte, così sono le parole quando si compone. Arrivano come uscendo da una grande nebulosa, si tuffano fuori e si posano dove vogliono.

…si adagiano sul retro / delle fatture, sui margini / dei bollettini del lotto, / sulle partecipazioni / matrimoniali o di lutto;”: ecco dove si siedono le parole quando e se arrivano: dove capita. Sono certa che almeno una volta nella vita sia capitato anche a te di voler annotare su un foglietto o ai margini di un libro qualche parola volante nella tua mente, prima di dimenticarla per sempre.

imbroglio dei tasti / nell’Olivetti portatile,“: oggi ce ne siamo quasi dimenticati, ma il computer così come lo conosciamo è entrato in massa nelle nostre case da una ventina d’anni. Prime per scrivere qualsiasi cosa esistevano due metodi: carta e penna o carta e tasti della macchina da scrivere. Per amore di un mondo passato anni fa comprai una macchina da scrivere Olivetti e dovetti chiedere istruzioni a chi quella macchina l’aveva usata per anni fino a consumarne i tasti pur di imparare ad usarla. Quindi capii sulla mia pelle cosa intendesse Eugenio con questi versi. Il tasto “canc” mica esisteva tra quelli della Olivetti! Ogni errore veniva corretto con olio di gomito: bianchetto e rinculo della scocca. I tasti si incantavano spesso e volentieri e ci si poteva sentire imbrogliati dalla macchina stessa!

“... non sono affatto felici / di essere buttate fuori / come zambracche e accolte / con furore di plausi / e disonore;“: me lo sono chiesta: cosa significa zambratta? Significa meretrice. Quindi le parole non amano uscire dalla porta della nostra mente come prostitute fuori dalla porta o dal palco, con eccitazione e al contempo disonore. Un ‘immagine noir che si lega a quella descritta nella strofa successiva.

…preferiscono il sonno / nella bottiglia di ludibrio / di essere lette, vendute, / imbalsamate, ibernate;”: un’immagine noir, quella del poeta che scrive i suoi versi e non li pubblica per paura dello scherno e di essere deriso, preferendo attaccarsi alla bottiglie e dimenticare piuttosto che pubblicare. Ecco che immagine suscita questo verso, un mare di parole che preferiscono il silenzio alla fama.

…sono di tutti e invano / si celano nei dizionari / perché c’è sempre il marrano / che dissotterra i tartufi / più puzzolenti e più rari;“: Eugenio era un mago nel creare immagini metaforiche. Ecco qui le parole quelle più ricercate, più antiche, più valide sotterrate come tartufi dentro ai dizionari. Ma c’è sempre qualche curioso pronto ad andare a pescarle, perché, infondo, le parole sono di tutti.

“…dopo un’eterna attesa / rinunziano alla speranza / di essere pronunziate / una volta per tutte / e poi morire / con chi le ha possedute.”: quante poesie, lettere, canzoni, racconti sono stati scritti nell’arco dei secoli? MIliardi. E quanti di questi sono stati pubblicati o anche semplicemente letti e pronunciati a voce alta? Un’infinitesima parte. Ecco che allora le parole rinunciano alla loro vita, morendo con chi le ha scritte.


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Autore: Eugenio Montale

Titolo: Tutte le poesie

Pagine: 1328

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Autore: Eugenio Montale

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Buona lettura!


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