Foto di Bundesarchiv
Mia nonna, come molti altri nonni, lo diceva sempre: “Studiare è importante. Io non ho potuto, ma se tu puoi, fallo.”
Ho avuto la fortuna di seguire il suo consiglio.
Fin da piccola avevo semplicemente capito di non essere l’unico essere umano del pianeta, rendendomi conto che tempo fa era esistito un mondo diverso da quello in cui mi crogiolavo nel benessere dei pacifici anni ‘90. E quel mondo immenso poteva essere esplorato senza fare nemmeno un passo, semplicemente aprendo i libri giusti e leggendo.
Tutto iniziò dagli egizi.
Avevo un libretto della Demetra da bambina, si intitolava “Storia degli egizi”. Era un libricino pieno di figure colorate e vignette variegate. Passavo ore a sfogliarlo, affascinata dal processo di mummificazione, dalla maestria con cui i personaggi di quei disegni estraevano gli organi interni dai corpi dei faraoni, di come usavano i bendaggi per renderli immortali. Non avevo ancora una vera cognizione del tempo, quelle cose erano accadute in un passato a me remoto ma non ben identificato, potevano essere trascorsi 100 anni come 10000.
In quel momento alla mia piccola testolina di bambina curiosa bastava sapere che anni e anni addietro erano esistite persone che toglievano il cervello con un uncino dal naso dei morti. Era un’informazione eccitante la quale una volta scoperta divenne il mio cavallo di battaglia nelle conversazioni con i miei amichetti moccolosi.
Crebbi e la mia smania di sapere, il mio continuo chiedere il perché di tutto, al posto di affievolirsi con gli anni aumentò sempre più. Le persone che mi circondavano non potevano soddisfare sempre tutte le mie domande e quindi i libri divennero l’appoggio per investigare il mondo.
Il mio era, allora come è ancora oggi, uno studio disinteressato al risultato finale. Non studiavo per avere bei voti o per trovare un lavoro che mi facesse guadagnare milioni con le mie conoscenze (sennò non sarei qui a scrivere d’altronde). Il mio era uno studio partorito solo dalla sete di sapere, dalla fame di conoscenza, una cosa solo mia, un vizio difficilmente condivisibile con gli altri.
All’inizio questo concetto non mi fu chiaro. Pensavo che condividere le mie scoperte fosse un mezzo per farmi nuovi amici, per essere apprezzata da chi avevo attorno. Ma dopo l’ennesimo “secchiona”, “leccaculo”, “lecchina” e simili capii sulla mia pelle che non era così.
Più i voti erano alti, più chi mi circondava si allontanava da me.
Allora tutte quelle conoscenze iniziai a tenerle per me e per me solamente. Ogni volta che in una conversazione usciva un argomento che avevo da poco studiato, ogni volta che mi sarebbe stato possibile inserirmi con le mie nuove scoperte, mi mordevo la lingua. Zitta, annuivo alle affermazioni degli altri, anche se errate, anche se inventate. Troppa era la paura di essere esclusa per la milionesima volta da un incontro a causa del mio entusiasmo verso il sapere.
Mi ero omologata alla massa, rispondevo “non so” a tutto, anche se in realtà molte cose le sapevo. Era il prezzo da pagare per “restare in compagnia” o almeno pensavo lo fosse. E andava bene così.
Ora che sono passati molti anni da quel mio essere adolescente curiosa, la faccenda non è cambiata molto. Non ho più il timore di parlare e di raccontare ciò che ho imparato, ma mi rendo conto che l’approccio alla conoscenza per molti resta ancora una specie di tabù e che la spontaneità di chi ammette di amare lo studio non è sempre apprezzata. Eh sì, si rischia di passare per secchioni anche a tent’anni, lontano dai banchi di scuola.
Io però sono rimasta curiosa e sono andata a cercare l’origine di quella parola che tanto mi perseguitò in passato.
Perché si dice “secchione”?
Per arrivare all’origine di questa parola dobbiamo prendere un treno e andare prima in Liguria e poi in Lombardia. In dialetto ligure si usa la parola camallo per indicare il facchino. Parola che a sua volta deriva dall’arabo hamall che significa portatore ( io qui ci vedo anche un’assonanza con jamal, che significa cammello sempre in lingua araba. Probabilmente l’influenza araba deriva dai centenari rapporti commerciali che una città come Genova ebbe con l’oriente in passato.)
In Lombardia esiste il verbo gamelar, che significa faticare, sgobbare. Nella parlata popolare, il verbo gamelar viene fatto risalire per assonanza alla parola gamella, che altro non sarebbe che la gavetta dentro a cui i soldati e i contadini, famosi per le loro fatiche, portavano il loro rancio quotidiano. Da qui la parlata popolare ingrandì il recipiente, trasformando la gavetta in un secchio, in dialetto segia, da cui l’accrescitivo segiòn, per indicare un qualcuno che sgobba tanto al lavoro, termine che all’inizio aveva un’accezione positiva, non negativa, come oggi.
Ed eccoci arrivati alla trasposizione in italiano con la parola secchione. Il secchione è colui che sgobba tanto, che si spacca la schiena come un facchino per tenere sempre pieno il secchio della sua conoscenza.
Non bastano 1000 vite per riempire quel secchio. Come l’apprendista mago Topolino in Fantasia continuerà all’infinito a riempire il pozzo del castello dello Stregone, così la mente dei secchioni vorrà continuare a riempirsi di informazioni, che siano esse utili o no, che vengano esse ricordate o dimenticate.
Studiare, avere voglia di conoscere è semplicemente il raggiungimento di una maggior consapevolezza di ciò che è stato il nostro passato, per potere affrontare meglio il presente e prepararsi con maggior cura al futuro, anche se imprevedibile. E come dice Seneca:
Molto breve e travagliata è l’esistenza di coloro che sono noncuranti del passato, trascurano il presente, temono il futuro: quando sono giunti all’ultima ora, comprendono tardi, infelici, di essere stati a lungo occupati a non far nulla.
Seneca, De brevitate vitae, capitolo XIV
Quindi forse vale la pena essere un po’ secchioni ogni tanto: faticare per riprendere in mano quella lettura abbandonata da tempo, leggere qualche informazione in più, non fermarsi alla superficie delle cose, riempire goccia dopo goccia il secchio della nostra personale conoscenza, ascoltare e rispettare le parole sagge degli anziani, come il monito lasciatoci molti anni fa dai nostri nonni:
“Studiare è importante. Io non ho potuto, ma se tu puoi, fallo.”
Sì, lo so, con Topolino vi ho sbloccato un ricordo. Mi chiedo ancora cosa abbia spinto i disegnatori di Fantasia ad inventare delle scene così assurde. Ma hanno fatto breccia nella mia mente da bambina: la danza dei fenicotteri e degli ippopotami resterà per sempre impressa in me.
Per questo vi metto qui l’intero episodio de “L’apprendista stregone“, per non dimenticare!
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Autore: Seneca
Titolo: Tutta la vita per imparare a vivere
Pagine: 142
Casa editrice: Bompiani
“La tranquillità dell’uomo. La brevità della vita. La vita felice“: i tre scritti più famosi in un sol boccone! Ottimo per un primo approccio a Seneca.
Se ti è piaciuto questo articolo ti invito a visitare questa pagina in cui troverai altre riflessioni. Buona lettura!
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