Edgar Lee Masters, necroturismo, morte e cimiteri

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In foto: uno dei molti cimiteri di Edimburgo

Quando viaggio mi capita spesso di andare a finire dentro ad un cimitero.

Non sono un’amante del macabro, non lo faccio con intenzione. Per quello esistono dei veri e propri tour all’interno dei più famosi cimiteri italiani ed europei organizzati da guide turistiche esperte. Si chiama necroturismo ed è un pratica che va di moda da qualche anno. Se vi incuriosisce l’argomento o volete partecipare a qualche tour ho scoperto che esiste un vero proprio sito che tratta questo mondo, ve lo lascio qui.

Chissà, sicuramente serie tv come la cara vecchia Buffy l’ammazzavampiri o il ritorno alle luci della ribalta del mondo vampiresco degli ultimi quindici anni con Edward Cullen e compagniaBella, ha riesumato dal dimenticatoio l’amore per il mondo dark.

Noi sapiens siamo sempre stati attirati dalla morte e da ciò che le ruota attorno, quel mistero insondabile, unica certezza della nostra vita terrena insieme alle tasse da pagare e alle diottrie perse con l’età.

Forse sono una necroturista anche io senza nemmeno rendermene conto. Più esploro luoghi simili, più mi rendo conto che in ognuno dei cimiteri visitati c’è sempre un clima di silenzioso rispetto, chimera oramai difficile da trovare in altri luoghi.

Che paradosso, l’unico posto un cui si trova veramente pace è quello in cui manca la vita. O meglio, la vita umana. Miliardi di insetti, larve, uccelli lavorano dentro ai cimiteri. Ma noi arroganti scimmie evolute non ce ne rendiamo conto, così concentrate come siamo a riempire le nostre esistenze di corse, rumori, confusione. Valutiamo l’assenza di parola come silenzio e ci rintaniamo nei cimiteri per cercare pace.

Mentre siamo in vita cerchiamo con ambizione di raggiungere delle mete: da ragazzi rincorriamo amori impossibili, il bello o la bella del liceo solo per poter far vedere al mondo che ci circonda chi siamo riusciti a conquistare, ancora inconsapevoli di cosa sia davvero l’amore; andiamo a caccia di certificati, spesso a caro prezzo, per far valere le nostre capacità; scaliamo la piramide della nostra azienda per poter scrivere sul nostro profilo Linkedin di essere manager di qualcosa o di qualcos’altro; visitiamo luoghi che tutti visitano, compriamo marche che tutti comprano, ci adattiamo ad uscire in compagnie con cui in realtà non abbiamo nulla da condividere.

Troppo spesso facciamo tutto questo solo per la carica sociale che ciò comporta, non tanto perché lo desideriamo veramente, nel profondo. E quando scaviamo e ci riscopriamo per ciò che siamo davvero, restiamo pietrificati, divorati dai rimorsi per non aver reagito in tempo, per non aver perseguito ciò che ci interessava davvero ma ciò che interessava alle altre persone che ci circondavano. Ci lasciamo sfuggire tra le dita il senso della nostra vita, il perseguimento dei nostri talenti, rinviando a domani la risoluzione dei nostri conflitti interiori ed esteriori, perdendoci in un vortice di procrastinazione infinito. Nel contempo corriamo tanto, ci sentiamo unici e singolari, primi in tutto, differenti e migliori di chi ci circonda.

Ci dimentichiamo che alla fine della nostra corsa andremo tutti a finire nello stesso luogo, posto in cui saremo identici gli uni agli altri.

Tra qualche decennio altri necroturisti verranno a visitarci, osserveranno le nostre foto, filosofeggeranno su quella che è stata la nostra vita. Noi per loro saremo solo un’immagine sbiadita, un nome e due date, la nostra intera esistenza racchiusa dentro al trattino che le separa, come ricorda Robin Williams nel film “The angriest man in Brookling – 90 minuti a New York“.

C’è uno scrittore che ha dedicato una sua intera opera con schiettezza e sincerità alle sfumature che caratterizzano la vita di noi esseri umani, descrivendole proprio nel momento in cui terminiamo la nostra vita terrena. È una raccolta di poesie ambientata all’interno di un cimitero immaginario, tra le colline americane.

In forma di poesia sono raccolte le incisioni ritrovate sulle lapidi di questo luogo inesistente e ognuno di questi componimenti è un riassunto dell’esistenza terrena dei protagonisti. Non sono poesie banalmente descrittive, noiose e pesanti. Al loro interno troviamo ironia, perfidia, vendetta, invidia ma anche spunti filosofici, letterari, romantici. È un vero e proprio spaccato della società americana dei primi anni del 1900, anni in cui l’opera è stata scritta, ma si adatta benissimo alla nostra epoca attuale, come controprova del fatto che i decenni passano, ma le corde più sincere degli animi umani vengono toccate sempre dalle stesse sensazioni ed emozioni.

L’opera si chiama “Antologia di Spoon River“, l’autore è Edgar Lee Masters.

Una poesia della raccolta mi ha sempre colpito per la sua crudezza. A parlare è un giudice, famoso in vita per i suoi discorsi, la cui arroganza traspare dalla descrizione ben poco modesta che fa di sé. Il giudice Somers si chiede come sia possibile che una personalità come la sua sua sia stata sepolta accanto all’ubriacone del paese, Chase Henry sulla cui lapide la Natura ha perfino fatto crescere dei floridi fiori.

La propria lapide dimenticata da tutti accanto a quella marmorea dell’ultimo degli ultimi: la prima abbandonata, anonima, la seconda corteggiata dai fiori.

Davanti a queste parole è inevitabile rendersi conto di quanto la morte unifichi tutte le differenze e le caratteristiche che ci rendono tanto singolari quando siamo in vita fino a far girare le carte in tavola e alle volte invertirle.

Leggendo questi versi penso poi all’autore, il quale è stato costretto a intraprendere la carriera da avvocato dal padre prima di dedicarsi al mondo delle lettere, rileggo la poesia e la interpreto come una critica al mondo della giurisdizione, terreno fertile di invidie, superbie e arroganze.

E mi resta solo da dire:

Che magia la poesia!

Ecco la poesia “Il giudice Somers” dall'”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters in una traduzione di Fernanda Pivano.

Come accade, ditemi,
che io, il più erudito degli avvocati,
che conoscevo Blackstone e Coke
quasi a memoria, che feci il più gran discorso
che il tribunale avesse mai udito, e scrissi
un esposto che meritò l'elogio del pretore Breese -
come accade, ditemi,
che io giaccio qui, dimenticato, ignoto,
mentre Chase Henry, l'ubriacone della città,
ha un cippo di marmo, sormontato da un'urna,
su cui Natura in un capriccio d'ironia
ha seminato un cespo in fiore?

Ecco la versione originale “Judge Somers” dall’ “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters.

How does it happen, tell me, 
That I who was most erudite of lawyers,
Who knew Blackstone and Coke
Almost by heart, who made the greatest speech
The court-house ever heard, and wrote
A brief that won the praise of Justice Breese -
How does it happen, tell me
That I lie here unmarked, forgotten,
While Chase Henry, the town drunkard,
Has a marble block, topped by an urn,
Wherein Nature, in a mood ironical,
Has sown a flowering weed?

Edgar Lee Masters “Il giudice Somers” – I versi più belli

  • ” (…) il più erudito degli avvocati, / che conoscevo Blackstone e Coke quasi a memoria (…)”: ma chi erano Blackstone e Coke? Entrambi sono state figure di spicco nella giurisdizione inglese. Il primo William Blackstone (1726-1780) è divenuto famoso grazie ad un suo trattato sulla common low britannica, il sistema di leggi di origine medievale su cui si basa l’intero sistema legislativo della Gran Bretagna. Il secondo è Edward Coke (1552-1634) anch’esso avvocato e giurista, le cui opere scritte nel periodo elisabettiano furono per secoli alla base della common low. Dire di conoscerli a memoria è sicuramente un atto di superbia, essendo i loro scritti indubbiamente complicati da imparare anche per un avvocato esperto.
  • il più gran discorso / che il tribunale avesse mai udito, e scrissi / un esposto che meritò l’elogio del pretore Breese“: ecco ancora l’arroganza di questo giudice. Lui fece il più gran discorso e meritò elogi addirittura dal pretore: sicuramente era un uomo pieno di sé.
  • io giaccio qui, dimenticato, ignoto“: leggendo questo verso si potrebbe chiedere al giudice “ma come, hai appena detto di aver tenuto il più grande discorso e di aver meritato complimenti dalle più alte cariche giuridiche e ora sei dimenticato?” Ebbene sì, questa è la sorte che spetta a tutti dopo la morte: vivere nella memoria di chi resta o venire dimenticato da tutti.
  • Chase Henry, l’ubriacone della città, / ha un cippo di marmo, sormontato da un’urna“: ecco la prima beffa: la lapide del povero vecchio Chase è di marmo, arricchita da un’urna mentre capiamo tra le righe che quella del giudice non ha la stessa grazia.
  • su cui Natura in un capriccio d’ironia / ha seminato un cespo in fiore?“: ecco la seconda beffa: Natura, scritto con la lettera maiuscola per personificarla, ha fatto crescere un fiore sull’urna della tomba di Chase, mentre ovviamente quella del giudice è spoglia e misera. Lui chiama questo scherzo ironia, ma l’autore vuole rimarcare il contrappasso che spetta a Somers a causa della sua arroganza dopo la morte: in vita elogiato e ricercato, da morto dimenticato e abbandonato.

Una curiosità su “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters

Il libro “Antologia di Spoon River” venne scoperto in Italia grazie alla passione e alla lungimiranza di Cesare Pavese.

Famoso per le sue traduzioni di opere americane, una tra tutte Moby Dick di Melville, nei lontani anni ’30 regalò una copia delle poesie di Edgar Lee Masters all’amica Fernanda Pivano a seguito di una sua domanda curiosa: “Che differenza c’è tra la letteratura americana e quella inglese?“.

In risposta la ragazza ottenne il libro di poesie dell’autore americano e se ne innamorò. Iniziò a tradurle per puro diletto personale, tenendo la copia manoscritta della traduzione completa per sé, vergognandosi all’idea di farla leggere a Pavese.

Quando un giorno Cesare scoprì l’opera tradotta in un cassetto a casa dell’amica, la guardò e le disse: “Allora hai capito che differenza c’è tra la letteratura americana e quella inglese”. Prese in mano il manoscritto, se lo portò via e lo propose alla casa editrice Einaudi.

Erano anni difficili, l’Italia era immersa nella seconda guerra mondiale e l’editore chiese il permesso di pubblicazione di una nuova opera inizialmente sotto il titolo “Antologia di S. River“, spacciata alla censura come un’opera scritta da un nuovo santo, San River. Il permesso fu accordato e il libro stampato.

Cesare consegnò a Fernanda la prima copia in un bar di Torino: immagino l’emozione e le mani tremanti di entrambi nel tenere in mano il frutto della propria penna. Al momento di salutarsi, Cesare nascose il libro sotto al cappotto, ripartì per il suo viaggio e se ne andò.

Ma i controlli a tappeto dell’epoca non lasciavano scampo a nessun libro nascosto tra le falde della giacca e pochi giorni dopo il libro venne sequestrato, controllato e accusato di immoralità, non per il suo contenuto (chissà se venne effettivamente letto dagli inquisitori), bensì per la sua copertina. Nessun problema: l’editore la cambiò e il libro iniziò a circolare liberamente all’interno del mondo letterario italiano, diventando un’opera di successo, simbolo di libertà.

Come afferma la stessa Fernanda in una serie di articoli raccolti negli anni ’60 dal “Corriere dell’informazione“:

Per noi che eravamo giovani allora, Spoon River significava molte cose: la schiettezza, la fede nella verità, l’orrore delle sovrastrutture. Forse significava amore per la poesia; certo significava amore per quella poesia.

Fernanda Pivano, “Corriere dell’informazione“, 20 luglio 1962

Insomma, “Antologia di Spoon River” è una raccolta di poesie che merita di far parte delle nostre librerie anche solo per il suo rocambolesco approdo al mondo dell’editoria italiana.


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PopPoesia_Edgar Lee Masters

Autore: Edgar Lee Masters

Titolo: Antologia di Spoon River

Pagine: 554

Casa editrice: Einaudi

La raccolta completa con il testo in lingua originale a fronte.


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Buona lettura!


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