Yankee Candle sincere, vasi e Alda Merini

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“Sincerità!”

Ammettetelo, al sentire questa parola anche a voi viene in mente la canzone di Arisa, quella che nel lontano 2009, 15 anni fa, si ripeto quindici anni fa, vinse il festival di Sanremo lanciando sul panorama musicale italiano una delle voci, a mio parere, più dolci e angeliche dell’ultimo decennio.

Grazie Arisa per aver reso ancora più immortale una parola della lingua italiana che mi ha sempre affascinato.

Non solo per la sua musicalità, quella “c”, quella “a” accentata finale e quella “s” iniziale che riempiono la bocca di ritmo, ma anche per il suo significato.

Un significato antico, così tanto ripetuto forse da essere diventato ormai scontato e banale.

Pensate, la parola sincero ha più etimologie.

O meglio, i linguisti non si sono ancora decisi su quale origine sia quella corretta.

La linea più accademica, quella uscita dai libroni e da anni disperatissimi passati a tradurre tavolette d’argilla e simili ( grazie linguisti per averci alleggerito dal lavoro) fa risalire la parola alle lingue indoeuropee, cioè quelle lingue presenti in un territorio che andava dall’Europa all’India, parlate circa 10000 anni fa.

Vorreste sentirle?

Purtroppo è impossibile, visto che all’epoca non esistevano gli audio di wapp, i microfoni e le cuffiette Bluetooth.

Anche se con l’AI qualcuno ci sta provando, trovate un esempio in questo video.

Affascinante vero? Una bella insalata delle lingue che già conosciamo con una spolverata abbondante di incomprensibilità.

Questo filone vede una prima etimologia della parola “sincero” dall’unione della parola “sem” che significa “uno“, con il verbo “ker“, che significa invece “crescere“.

Quindi “semker“, una sola crescita, qualcosa di puro che nasce e cresce senza influenze esterne.

Una seconda etimologia, meno bacchettona ma pur sempre accademica, vede la parola nata dall’unione di “sim“, che significa “uno solo”, e “-cero“, da “crescere“.

Quindi “simcero“, che cresce solo, unico, tutto d’un pezzo.

Ma poi arriva la terza etimologia, quella Pop, popolare e curiosa, quella che interessa di più noi e questa rubrica.

E qui il mondo della fantasia che contraddistingue noi Sapiens si sbizzarrisce.

La prima ipotesi è legata ai vasi.

Si, avete capito bene, i vasi, le anfore, quelle che il giovane Hercules nel cartone della Disney distrugge a causa della sua sbadataggine nella bottega del centro paese.

Si narra che i romani comprassero i vasi dai greci.

I vasi, per essere resi impermeabili, dovevano subire un processo di invetriatura, in modo che la porosità della terracotta non facesse uscire il liquido all’esterno.

Andava passata nell’incavo del vaso una miscela di sabbia e piombo, per poi cuocerla.

Ma come si può immaginare, il processo di invetriatura era lungo e costoso, quindi perché non trovare una scorciatoia?

Quale materiale oleoso e trasparente era disponibile in quantità sul mercato?

Eh si, considerato il costo odierno di una Yankee Candle non si direbbe, ma una volta la cera costava meno di adesso: era trasparente e parzialmente impermeabile.

Ecco trovato il sostituto!

Ovviamente i romani non ci misero molto a capire il trucco e dopo le prime fregature (non esisteva il reso su MagnaAmazon) iniziarono a richiedere le anfore e i vasi espressamente “sine cera“, quindi “senza cera”.

I greci furboni vennero sgamati e dovettero tornare a fondere la sabbia.

Ma a questa prima etimologia pop se ne aggiunge una seconda, che a me piace ancora di più.

Siamo sempre ai tempi dell’antica Roma e non essendoci Iphone per farsi selfie i ricchi politici romani chiamavano in domus artisti rinomati per farsi scolpire nel libro del tempo.

Letteralmente.

Gli scultori certo non mancavano in quell’epoca, non erano rari come oggi e ogni ricco cittadino che poteva permetterselo ci teneva a far partorire il proprio bel viso ad un pezzo di marmo pregiato.

Ecco qui allora il nostro scultore Iulio, scegliamo un nome a caso, che sta scalpellando il bel naso di Gaio Primo.

L’opera è quasi terminata, un’ultima scalpellata e il capolavoro sarà finito.

Toc, Toc, Tic……mentula!” (Antica imprecazione latina da cui ne deriva una, un po’ meno antica, palermitana…’chia!)

Lo scalpello scivola e il naso aquilino di Gaio diventa a patata.

Come risolvere il danno?

Eccola là, ancora lei!

Iulio prende un bel pezzo di cera, lo lavora e lo appiccica al naso monco della sua opera, la consegna in fretta e furia e fugge a gambe levate prima che il suo committente si accorga del danno.

Povero Gaio Primo, aveva ben chiarito di volere una statua pura, tutta d’un pezzo, assolutamente “sine cera“!!

Peccato, una volta sciolta la cera, il mondo lo ricorderà per il suo naso a patata: se ne farà una ragione!

Insomma, che sia di “una sola crescita”, “tutto d’un pezzo” o “senza cera”, il concetto legato alla parola “sincero” resta lo stesso.

Sincerità è lo spogliarsi, l’essere originali, senza vizi, senza correzioni, senza influenze esterne.

Essere puri, semplici, senza maschere.

Sincerità è il coraggio di esistere senza giudicare e senza giudicarsi. Continuare ad essere unici, senza sfaccettarsi in mille altri noi, cambiando atteggiamento, pensiero, sguardo in base a chi abbiamo di fronte.

Togliere la cera dalla nostra anima, spogliarci con tutti i nostri difetti senza paura di ciò che gli altri possono pensare di ciò che siamo davvero.

Ed è difficile, è un processo lungo.

Come era lungo un tempo invetriare i vasi, è lungo accettarsi per ciò che si è, sciogliere la cera e vivere in purezza.

Soprattutto in un’epoca di pura finzione come la nostra, in cui conta di più un falso cuore su Instagram di un pensiero espresso con semplicità.

Lascio ad Alda Merini e alle sue pure parole la capacità esaustiva di descrivere la semplicità insita nella sincerità, la quale, qualsiasi sia la sua vera origine etimologica, resta e resterà sempre la migliore delle qualità umane.

Che magia la poesia!

La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri.

E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri.

Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili,
di finire alla mercè di chi ci sta di fronte.

Non ci esponiamo mai.

Perché ci manca la forza di essere uomini,
quella che ci fa accettare i nostri limiti,
che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto.

Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.

Mi piacciono i barboni.

Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose
catturarne l’anima.

Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.

Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore.

Alda Merini “La semplicità” – i versi più belli

  • “la semplicità che si accompagna con l’umiltà.”: quanta verità in una sola frase. Nella nostra epoca abbiamo indubbiamente dimenticato il valore della semplicità. Ogni cosa si è complicata, filtrata da un mondo surreale di social, finzioni e maschere. La semplicità per definizione è “assenza di complessità“, “naturalezza“, una qualità sempre più difficile da trovare. Come la sua fedele compagna, l’umiltà, ossia il “riconoscimento dei propri limiti“. A trovare persone semplici e umili si fa Bingo di questi tempi!
  • Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, / sentire gli odori delle cose / catturarne l’anima.“: quanta poesia in questo verso. Prendersi del tempo per ascoltare la natura che ci circonda, quella reale data dal vento, come quella più profonda, quella nascosta sotto al velo dell’apparenza, espressa in quell'”odore delle cose” di cui parla Alda.

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PopPoesia_Alda Merini

Autore: Alda Merini

Titolo: Fiore di poesia

Pagine: 268

Casa editrice: Einaudi

Le più belle poesia di Alda scritte tra il 1951 e il 1997.


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Buona lettura!


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