Prosecco, macchine e contadini

PopPoesia_prosecco

Ah, il prosecco.

Quale nettare migliore fu inventato dall’uomo? 

Beh, per un triveneto è ben difficile trovare qualcosa di più soddisfacente del bere un bel bicchiere di prosecco fresco. Magari di quello comprato al supermercato, o su internet, o da una grande azienda che rivende il suo prodotto in tutto il mondo. Vanto delle nostre regioni, uno dei vini più esportati all’estero, che rende un giro d’affari di circa 3 miliardi di euro l’anno.

Il prosecco è un vino antico.

Probabilmente un protoprosecco, chiamiamolo così che fa figo, esisteva già ai tempi dei romani, si chiamava pucino e veniva prodotto nelle colline attorno a Trieste, in una località specifica chiamata appunto castellum pucinum. Poi nei secoli anche le colline attorno alle colline di Trieste iniziarono a produrre vino e tutto venne chiamato con un solo nome: ribolla. 

Per sanare questa confusione e iniziare a distinguere il proprio prodotto da quello Istriano, meno costoso, nel 1500 i triestini fecero ufficialmente risalire il loro vino a quello citato secoli prima dai latini e la località di castellum pucinum venne rinominata Castello di Prosecco, in onore ad un paesino poco lontano.

Da quel giorno il mondo del prosecco inizia la sua espansione e a mo’ di Risiko comincia a conquistare i territori vicini. Una marea di carri armatini ricolmi di vitigni di uva glera marciarono verso le terre limitrofe del triveneto, assumendo il controllo dell’intero territorio intorno a Treviso, Conegliano, Col San Martino, Asolo e Valdobbiadene. Insomma una vera e propria invasione che portò la terra d’origine a perdere il primato della produzione, ceduto così alle terre dei colli veneti. A metà del 1700 il prosecco è ormai affermato in tutto il nord Italia come nettare degli dei, ancora però nella sua versione tranquilla, cioè ferma, senza troppe bollicine. 

All’epoca non era stato ancora inventato il metodo di spumantizzazione del vino, cioè quell’idea geniale di inserire una sostanza zuccherina nel mosto già fermentato, così da far partire una seconda fermentazione e lasciare ai lieviti il nobile compito di produrre altra anidride carbonica, cioè altre bollicine. 

Tale geniale processo prese piede alla fine del 1800 e si impose sulla creazione di un vino spumante tutto italiano, il quale dopo le guerre e il successivo boom economico divenne famoso in tutto il mondo.

Ed ecco che la marcia di conquista del Prosecco andò oltre oceano dove alcuni viticoltori iniziarono a produrre un vino simile e a chiamarlo con lo stesso nome. Ma per preservare l’origine italiana, anzi triveneta del vino, nel vicino 2009 venne decretata la denominazione di origine controllata (alias DOC) del Prosecco e la denominazione di origine controllata e garantita (alias DOCG) del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene e dei Colli Asolani, il quale per essere proprio pignoli pignoli e precisi precisi può essere prodotto solo in determinati comuni limitrofi. 

Il prosecco per essere tale deve contenere in sé l’85%  di uva data dal vitigno glera e un restante 15% dato da uve bianche di altre varietà, le quali possono derivare da varietà sia autoctone che internazionali. Esatto, internazionali, non italiane.

(In questo articolo si trovano maggiori informazioni chiare in merito alla miscela di uve che compongono il prosecco.)

Ma nonostante le regole ferree e la zona ben definita in cui poter far crescere le vigne, il prosecco viene prodotto a fiumi e arriva sulle tavole di tutto il mondo. Com’è possibile? 

La risposta è semplice: macchine. 

Nelle zone collinari, quelle bellissime ma ben poco naturali in cui andiamo d’estate a fare i fighi con in mano il nostro calice di prosecco, la raccolta avviene per lo più manualmente.

Una persona riesce a raccogliere in un giorno di lavoro circa 800 kg di uve, più o meno 100 kg all’ora.

Informazione datami da un amico contadino che coltiva il prosecco  da generazioni con la stessa cura con cui si ama un figlio. Le sue vigne sono in collina, e tutta la potatura e la vendemmia dei suoi vigneti viene effettuata rigorosamente a mano.

Nelle zone di pianura, quelle che si attraversano andando a bere il sopracitato calice, le macchine riescono a raccogliere 10000 kg di uve al giorno. 10 volte di più rispetto alle mani umane. Non serve un genio a capire che la capacità produttiva delle macchine rischia di uccidere i piccoli vigneti familiari come quello del mio amico contadino. E facendo un giro nelle zone di pianura vicino alle zone di produzione DOC o DOCG non c’è prato, campo, giardino, terreno senza vigne. Ogni metro disponibile è stato infilzato, denaturato e sfruttato per produrre uva da Prosecco, trafitto da filari di vigne come neanche San Sebastiano dalle frecce. Uve divenute immortali dalla quantità di prodotti chimici utilizzati per farle crescere “sane” e polpose; uve che vengono piantate al posto di cereali, orti, frutteti, togliendo spazio alla rotazione della culture che da sollievo al terreno; uve che sono arrivate fino alle sponde del Piave, ambiente ben diverso da quello mite che caratterizza le colline. L’avanzata del prosecco è ben spiegata in questo articolo del 2023.

Di certo sono consapevole che questo trend è impossibile da cambiare. Lo sappiamo: quando l’homo sapiens fiuta il business, niente e nessuno può fermarlo nella sua conquista, se non una catastrofe. 

Ma una cosa può accadere. Le menti si possono svegliare, possono diventare più consapevoli. 

Bastano piccoli passi.

Comprare il vino da piccoli agricoltori, imbottigliarlo quando la luna è calante e attendere con pazienza che le bollicine si formino sul collo della bottiglia per stapparla e versarsi un bicchiere. Ogni goccia di quel vino saprà di fatica, di lavoro, di tradizione tramandata di generazione in generazione, saprà di passione. Berne meno, ma sapere cosa si beve, dando maggior peso alla qualità e non alla quantità.

Di contadini ce ne sono a decine.

Piccole aziende agricole che mettono passione e amore in ciò che fanno, in nome della tradizione, non del consumismo. Prendersi del tempo per riscoprire i sapori di una volta, staccare il telefono quando li si riscopre, lasciare che il gusto ci governi per qualche istante. 

Piccole gocce, per trasformare un oceano di confusione alcolica in un un calmo mare di consapevolezza.

A Valeriano Canati, alias Aureliano Acanti, dobbiamo la prima citazione del prosecco.

E guarda un po’, lo fece in una poesia, un poemetto pubblicato nel 1754 dedicato a Bacco, dio del vino. 

Il prosecco che Valeriano cita è un vino fosco, un po’ torbido, naturale, come ogni vino dovrebbe essere. Tanto puro e sano da non essere scambiato con nessun altro al mondo, nemmeno con il vino degli dei. 

Che magia la poesia!

«Ed or ora immollarmi voglio il becco 
Con quel melaromatico Prosecco. 

Di Monteberico questo perfetto 
Prosecco eletto ci dà lo splendido 
Nostro Canonico. Io lo conosco 
Egli è un po' fosco, e sembra torbido; 

Ma pur è un balsamo sì puro e sano, 
Che il Sanlorano, 
Il Fontignacco 
Sol un Macacco 
Sguaiato 
Impazzato 
Dir potria ch'è miglior vino 
Del Prosecco del Ghellino. / ... / 

Tanto val questo Prosecco 
Ch'io per me nol cambierei 
Coll'Ambrosia degli Dei»

Ecco una piccola parafrasi per capire a cosa si riferisce Valeriano di preciso.

Ed ora voglio riempirmi la bocca 
con quel mela aromatico prosecco (dal sapore dolce della mela).

Il nostro splendido canonico di Monteberico (il signore a cui è dedicato il poemetto)
ci dà questo perfetto prosecco.
Io lo conosco, è un vino un po' fosco
e sembra torbido;

Ma è un balsamo così puro e sano,
che solo un macaco sguaiato e impazzito (una scimmia)
potrà dire che il vino di Sanlorano o il Fontignacco (vini dell'epoca)
siano migliori del Prosecco del Ghellino (sempre la tenuta in cui viene prodotto il prosecco).

Tanto è valido questo prosecco
che io non lo cambierei mai
neanche con l'ambrosia degli dei (vino dolce).

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PopPoesia_finchè c'è prosecco

Autore: Fulvio Ervas

Titolo: Finché c’è prosecco c’è speranza

Pagine: 301

Casa editrice: Marcos y marcos

Un giallo avvincente che ruota attorno al mondo del prosecco.

Da questo libro è stato tratto anche il film omonimo “Finché c’è prosecco c’è speranza” di Antonio Padovan con Giuseppe Battiston.

E’ un film interessante, un giallo ambientato tra i colli veneti, Treviso e Venezia, il quale osserva il fenomeno dello sfruttamento dei terreni nelle colline del famoso vino da un punto di vista critico, intrecciando una serie di omicidi indagati con maestria dal protagonista. Non mancano i colpi di scena e gli accenni, non sempre velati, allo sfruttamento delle colline e all’abuso di agenti chimici per produrre il tanto amato nettare degli dei. Vi lascio qui il trailer.

Nel caso in cui vi siate incuriositi e vogliate vederlo senza comprare il dvd, il film è disponibile su Amazon Prime. Cliccando su questo link avrete diritto a una prova gratuita di 30 giorni per guardare questo e molti altri film e se deciderete di abbonarvi, aiuterete a sostenere PopPoesia e io ve ne sarò grata.


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Buona lettura!


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