Guenda l’anatra e Mary Oliver

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Avete mai visto un’anatra volare?

Può sembrare una domanda stupida, lo so.

A me è successo proprio qualche giorno fa.

L’ho vista dal finestrino del treno e mi è venuto quasi da ridere.

L’ho chiamata Guenda.

Fidatevi, Guenda era di una goffaggine assurda.

In effetti, l’idea che solitamente uno ha dell’anatra è duplice: o insieme a un’altra decina di sue simili, tutte vicine che razzolano per un prato o che nuotano pacifiche in uno stagno, all’apparenza tanto stupide da imitarsi l’una con l’altra; o al forno, all’arancia magari.

Però io quel giorno ne avevo vista una volare.

Guenda era panciuta, sbilenca, virava maldestra seguendo il vento.

Non aveva nulla a che vedere con un pettirosso, un merlo o una ghiandaia, così eleganti e bilanciati nel loro volo.

Eppure anche lei sapeva volare. E lo faceva fieramente nel suo mantello grigiastro.

Anzi, ho scoperto che le anatre, così come le oche lo sanno fare pure bene, volare.

Certo, vederne una sola è una rarità: solitamente volano sempre in gruppo e formano un vero e proprio stormo.

Spiccano il volo tutte assieme e una volta raggiunta la giusta quota si piazzano come aerei in una formazione a V.

Si, proprio come quella che tutti noi da piccoli disegnavamo durante l’ora di arte alle elementari.

Una lunga V, ordinata e perfettamente bilanciata.

Eh ma sono furbe le anatre.

Altro che stupide, non fanno niente per niente.

Si mettono in quella posizione perché così una segue la scia dell’altra e a rotazione si cambiano.

L’apripista lascia a ruota il primo posto all’anatra che ha affianco appena si sente stanca. E la sua sostituita inizia a urlare per incitare lo stormo a starle dietro.

Pensate, se poi una di loro per un motivo x, perché ha dimenticato le chiavi a casa o il gas acceso, decide di fermarsi, almeno altre due anatre la seguono, per non lasciarla sola.

E le fanno compagnia per tutto il tempo. Se un’anatra viene colpita da uno sparo mentre è in volo e precipita, altre la seguono e le stanno accanto fino alla morte.

Ma tutte insieme sono imbattibili.

Possono volare fino a 10000 metri di altitudine (così per capirci l’Everest ne misura 8849).

Volano a una velocità di 80km/h e se si impegnano in un solo giorno possono percorrere centinaia di km di distanza.

Se consideriamo che un’anatra vive più o meno 20 anni pensate quanti viaggi si farà. Altro che un volo Ryanair.

Eppure a vederla sola quel giorno Guenda mi sembrava così goffa e incapace.

Chissà, forse si era stancata di vivere in gruppo con le sue compagne, forse era stufa di percorrere tutti quei km ogni anno.

Forse aveva voglia di indipendenza, di cambiare aria.

Magari si era licenziata dal suo ruolo di apripista stagionale per andare a vivere la sua vecchiaia in qualche laghetto tranquillo in mezzo alle Alpi.

Forse noi Sapiens siamo simili alle anatre. Forse ci sentiamo ogni tanto stormo, ogni tanto Guenda.

C’è una poesia.

E’ di Mary Oliver, una poetessa statunitense che vinse il Premio Pulitzer nel 1984.

Ho avuto modo di conoscerla per caso, trovando alcuni suoi versi in un vecchio libro di scuola, mi ha incuriosito e sono andata a cercarne altri.

Sono tutti legati alla natura, al contatto che abbiamo perso e che dovremmo ritrovare con la madre terra e con noi stessi.

Tra tutte le sue poesie, una parla anche di quella sensazione di solitudine mista a malinconia, di quel sentirci sbagliati, goffi e inutili.

Sensazione la quale, ne sono certa, viene provata da ognuno di noi ogni tanto.

Forse era la stessa sensazione che provava anche Guenda in quel suo volo solitario.

Mary ci lascia con un invito: quello di ascoltare noi stessi, il nostro corpo, la nostra coscienza.

Ci invita a prenderci il nostro tempo per rimetterci in bolla col mondo, con la natura che è sempre lì, impassibile e forte, consapevole dei nostri talenti e delle nostre capacità infinite.

La natura ci aspetta paziente, in attesa di riabbracciarci, e ci incita a ritrovare il nostro baricentro, urlandoci di avere fiducia in noi stessi, come urlando le anatre per darsi forza mentre sono in volo.

E noi e Guenda non dobbiamo fare altro che iniziare ad ascoltare.

Che magia la poesia

Ecco per tutti noi la poesia “Anatre selvatiche” di Mary Oliver.

Anatre selvatiche

Non devi essere buono.

Non devi camminare in ginocchio
per cento miglia nel deserto in penitenza.

Devi solo lasciare quell’animale morbido del tuo corpo
amare ciò che ama.

Dimmi della tua disperazione, la tua, e io ti dirò della mia.

Mentre il mondo va avanti.

Mentre il sole e i cristalli della pioggia
girovagano per i paesaggi,
su praterie e alberi profondi,
montagne e fiumi.

Mentre le anatre selvatiche, alte nel cielo blu,
volano verso casa.

Chiunque tu sia, non importa quanto sei solo,
il mondo offre se stesso alla tua immaginazione,
come le anatre selvatiche ti chiama, acuto ed eccitante –
indicandoti sempre il tuo posto
nella famiglia delle cose.

Ecco la versione in lingua originale, intitolata “Wild Geese“.

You do not have to be good.

You do not have to walk on your knees
for a hundred miles through the desert, repenting.

You only have to let the soft animal of your body
love what it loves.

Tell me about despair, yours, and I will tell you mine.
Meanwhile the world goes on.

Meanwhile the sun and the clear pebbles of the rain
are moving across the landscapes,
over the prairies and the deep trees,
the mountains and the rivers.

Meanwhile the wild geese, high in the clean blue air,
are heading home again.

Whoever you are, no matter how lonely,
the world offers itself to your imagination,
calls to you like the wild geese, harsh and exciting–
over and over announcing your place
in the family of things.

Mary Oliver “Anatre selvatiche” – i versi più belli

“Devi solo lasciare quell’animale morbido del tuo corpo / amare ciò che ama.”: Ascoltare i propri desideri, perseguire i propri talenti, trovare del tempo per coltivare ciò che si ama: una massima antica riassunta in un solo verso. Già Seneca, filosofo vissuto 2000 anni fa, sottolineava l’importanza dell’otium, l’ozio inteso non come dolce far niente, ma piuttosto come l’assecondare la ricerca del proprio talento. Fare ciò che si ama, senza averne un riscontro economico, solo per soddisfazione personale, assecondando semplicemente il volere della propria anima.

“il mondo offre se stesso alla tua immaginazione / … / ti chiama / … / indicandoti sempre il tuo posto / nella famiglia delle cose.“: lasciarsi andare al richiamo interiore, uscire dai canoni della società che ci circonda per ascoltare ciò che la nostra natura ci chiede di fare. Il trucco sta nell’alleggerire i legami e le costrizioni che abbiamo con la società assillante e frenetica in cui siamo immersi. Tagliare i ponti con i giudizi e i pregiudizi, trovare il coraggio di stare soli e apprezzare la solitudine. A me è successo, seguendo un cammino di meditazione e concentrandomi sulla mia persona interiore più che sul rapporto che questa ha con l’esterno, sono riuscita a trovare un equilibrio stabile che ha dato spazio all’immaginazione e ha fatto nascere questo blog.

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Autore: Mary Oliver

Titolo: Primitivo americano

Pagine: 216

Casa editrice: Einaudi

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Autore: Seneca

Titolo: De otio

Pagine: 54

Casa editrice: La vita felice

Una versione con testo latino a fronte per capire al meglio cosa intendeva Seneca quando parlava di otium.


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Buona lettura!



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